
MUGEN NO HANA – SEI FIORI
Sono le piccole cose.
Non sono né i discorsi romantici né i grandi gesti a far innamorare una persona, sono le piccole cose.
È il profumo dei suoi capelli la mattina presto, è il colore dei suoi occhi quando non vuole far vedere che gli viene da piangere, è la piega delle sue labbra quando si commuove per un film, è il suo sorriso quando fa finta di essere un duro.
Sono le piccole cose, come le parole imbarazzate la mattina dopo una notte intensa, il colore delle sue guance, le sue mani calde sulla mia pelle e il profumo dei biscotti, che rimaneva attaccato ai suoi vestiti.
Non c’era nulla di tutto questo cui io fossi preparato, nulla che sapessi a proposito di quell’intenso dolore fisico che la gente chiama “amore”.
Lentamente imparavo a sorridere a tutte quelle piccole cose, però, e nella mia infantile ingenuità cominciai a credere che fosse solo quello, l’amore.
Solo sorrisi timidi ad ogni piccola cosa, mani che si cercano e miliardi di baci, ogni notte.
Solo sentire il proprio stomaco che si contrae perché lui risponde al tuo sorriso, chiudere gli occhi quando si avvicina, stringere le braccia attorno al suo collo e abbandonarti a lui.
Pensavo che fosse fatto di sensazioni, l’amore.
Di tante, infinite, piccole, dolcissime sensazioni.
Ma era cominciato tutto da così poco tempo, no?
E in così poco tempo, un bambino come me stava imparando a conoscere una persona in tutte le sue abitudini, e ad innamorarsi.
E mi trovavo a ridere di me stesso, un po’ vergognandomi, un po’ nascondendomi, a pensare a quanto mi piacevano tutti quei piccoli particolari che ogni giorno scoprivo di Nao.
Era cominciato tutto da poco tempo, troppo poco tempo, ancora non avevo capito il vero significato della parola “amore”.
L’amore non è solo fatto di piccole tenerezze e imbarazzi mascherati tra un bacio e l’altro, l’amore è dolore, soprattutto dolore.
Quel dolore che ti lacera in due il cuore non appena noti la mancanza di una carezza, quel dolore bruciante che non ti fa respirare, che non ti lascia il tempo nemmeno di singhiozzare tra le lacrime, quel dolore, che forse, ha spinto tanti uomini tra le mie braccia, a cercare sostegno per sfuggire da una sofferenza troppo grande.
Cominciavo a capire quale fosse il vero significato del mio lavoro, e faceva male.
Cominciavo a capire cosa volesse dire soffrire per amore, e faceva male da morire.
Quel ragazzo mi si era avvicinato troppo, quel pomeriggio, forse mi era venuta paura.
Mi era venuta paura che avrei di nuovo sentito addosso a me delle mani che non erano le benvenute, che mi sarei, di nuovo, trovato a fingere di provare piacere per ciò che per me era solo pura e semplice violenza.
Non volevo, non più.
Non volevo soldi, non volevo più niente, non ora che avevo Nao.
E per un istante, quella paura nei miei occhi aveva lasciato credere a Makoto che avrebbe potuto approfittarsi di me, come si sarebbe approfittato di un ragazzino qualunque.
E per un istante, quella paura nei miei occhi ha chiamato da me il mio Nao, per salvarmi, per salvarmi da un destino che non era più il mio.
Quello mi piaceva pensare, mi piaceva pensare che Nao non avesse sentito nulla, che ai suoi occhi io fossi ancora il ragazzino dolce e ingenuo che dormiva stretto a lui tutte le notti, il cui corpo era puro e intoccato quanto il cuore.
La violenza che lui rovesciò addosso al suo chitarrista era troppa, però, perché non avesse sentito nulla.
Le sue mani bianche si strinsero a pugno, allora anche quelle mani così dolci erano in grado di fare del male.
Ha spinto in terra quel ragazzo, e su di lui ha rovesciato un dolore che ancora non capivo del tutto, un dolore che non mi restava che intuire da piccole lacrime sottili che scendevano sulle sue guance.
Le immagini erano sfocate, forse piangevo mentre guardavo l’asfalto macchiarsi di sangue, piccole gocce scure maledettamente uguali a quelle che guardavo sempre io, viso a terra, ogni volta che non riuscivo a portare abbastanza soldi al creditore di mio padre.
E le urla non mi raggiungevano, né quelle di Makoto né quelle degli altri ragazzi, non raggiungevano me e non raggiungevano Nao, che continuava a rovesciare la sua furia ceca e, agli occhi degli ignari spettatori di quel crudo spettacolo, immotivata.
Ma io sapevo, io sapevo che Nao aveva sentito tutto.
Ho stretto le mie mani attorno al suo braccio, ho urlato il suo nome, e lui si è fermato.
Tremavo, tremavo così tanto, quando mi ha guardato.
Tremavo come quel pomeriggio, il pomeriggio del nostro primo bacio.
Tremavo di nuovo di paura, ma quella volta non sentivo così freddo.
Per un attimo, ho pensato che Nao avrebbe fatto del male anche a me.
Non colpendomi, no, non pensavo che quelle mani che mi avevano ridato la fiducia sarebbero mai state in grado di toccarmi in modo diverso da come avevano sempre fatto.
Ma ho immaginato il suo sguardo freddo, il suo sguardo tradito, nonostante non l’avessi mai visto, ho cercato di immaginarlo.
Quello, mi avrebbe fatto male.
Mi avrebbe fatto male se si fosse sentito tradito, se mi avesse guardato come si guarda qualcuno che non è più degno della propria fiducia, mi avrebbe fatto malissimo se non mi avesse più sfiorato con un dito, mi sarei sentito morire, forse. Sicuramente.
Ma il suo sguardo si era – o era solo la mia immaginazione? – in qualche modo… raddolcito, incontrando i miei occhi, lucidi, spaventati, sull’orlo delle lacrime, o forse stavo già piangendo.
Mi ha stretto a sé, il profumo forte della sua pelle mi ha aiutato a lasciare che l’argine delle mie lacrime si rompesse, e che scorressero velocemente, mentre ci allontanavamo.
Sentivo tante parole, tante parole urlate, sentivo fastidio, rabbia, astio attorno a noi.
Ma più di tutto, sentivo il braccio di Nao stretto attorno alla mia vita, una sua mano tra i miei capelli, dolce, a consolarmi in quelle lacrime che riversavo contro il suo collo.
E l’ho pensato nuovamente, di nuovo mi sono lasciato cadere nella dolce illusione che lui non avesse sentito nulla, che ero ancora salvo, che ai suoi occhi, potessi essere quello che desideravo essere, quello che volevo lui vedesse, un ragazzino senza passato.
Nao era così silenzioso, quella sera.
Era dolce il suo sorriso, come sempre, erano dolci gli sguardi che mi dedicava, le poche parole che diceva per rispondere alle mie domande, ma era silenzioso.
Non era con me, Nao, quella sera.
I suoi pensieri erano rivolti altrove, costanti, non gli davano la possibilità di essere mio nemmeno per un istante, la sua mente era ancora ferma a quel pomeriggio.
Mi mordevo le labbra, guardandolo togliere i piatti dalla tavola, senza rivolgermi uno sguardo.
Le mordevo così forte che potevo sentire il sapore del sangue, e delle lacrime che ancora non erano scese, ma ne ero semplicemente in attesa, come un detenuto che attende di percorrere l’ultimo miglio, quello che lo separa dalla sua pena di morte.
Sì, i pensieri di Nao erano fermi a quel pomeriggio.
Erano fermi alle parole di Makoto, erano fermi alle mie parole, alla negoziazione di quella merce che, sì, mi disgustava pensarlo, costituiva una semplice scopata con il sottoscritto.
Nulla di più, nulla di meno.
Una scopata in qualche sporco vicolo, senza nemmeno premurarsi di una precauzione o di qualche stupido preliminare, tutto per pochi soldi che in altri giorni avrei accettato, ingoiando con la mia vergogna tutte le lacrime di anni e anni di prostituzione.
Era molto sciocco, da parte mia, sperare che la sua mente si soffermasse solo sul mio rifiuto?
Le parole che rivolsi a quel ragazzo erano state chiare: io avevo smesso.
Io avevo smesso di vendere il mio corpo, punto.
Forse nella magra e vana speranza che, con il tempo, il mio corpo sarebbe tornato a essere puro, per Nao?
Tutte le sere mi guardavo nello specchio, esaminando la mia pelle, centimetro per centimetro.
Mi sfioravo con la punta delle dita, e sorridevo.
Lì dove appena un mese prima trovavo solamente graffi e lividi, sbocciavano piccoli marchi rossi, in fila come a seguire un immaginario percorso, immaginario ma ben definito nella mia mente, quello delle sue labbra su di me.
E ogni volta che compariva su di me un altro piccolo segno rosso, io arrossivo un po’, e mi sentivo come se qualche notte di sesso per soldi venisse cancellata dal mio passato dalle carezze del mio ragazzo.
Il mio ragazzo. Potevo davvero chiamarlo così?
Avrei voluto chiederglielo, travestendomi di quella tenera ingenuità che a lui piaceva così tanto, Nao, tu sei il mio ragazzo, vero?
Avrei voluto fargli mille domande, anche quella sera, come tutte le sere.
Adoravo il modo in cui mi guardava, mentre mi raccontava della sua vita, incuriosito da tutto ciò che poteva incuriosire me, fiumi di parole che naufragavano in fretta in un bacio, quando le nostre labbra erano sin troppo vicine per riuscire a resistersi.
Ma, quella sera, lui non era con me.
Si era seduto sul letto accanto a me, un lieve sorriso sin troppo falso per ingannarmi, proprio a me, che conoscevo così dolorosamente bene il mondo delle bugie.
Il suo sguardo era perso nel vuoto, si asciugava i capelli con un movimento lento, piccole goccioline d’acqua gli cadevano sul collo, morendo sull’orlo della maglietta scura, e mi veniva da piangere per quanto mi sembrava bello in quel momento.
Era così bello, Nao, quella sera, forse era così bello perché era così distante da me.
Mi distesi accanto a lui, dedicandogli un debole sorriso, con quello sguardo che avevo ogni volta che avevo voglia di un bacio.
Nao capiva sempre, quando aveva voglia di un bacio.
Quella sera, però, lui non era con me.
Tra noi percepivo come un vetro, mi sentivo come quei ragazzini coperti di cenci che guardano belle signorine ben vestite attraverso la vetrina di una pasticceria, guardano quella ricchezza che loro non avranno mai, sentendo così palpabili tutte le differenze tra loro stessi e quelle donne.
E quello stesso vetro sentivo tra me e Nao quella sera, io così solo, io che mi vendevo per pochi soldi, io sporco di un passato che nemmeno avevo scelto, e lui così pregno di quella bellezza che hanno solo le persone che potrebbero avere tutto, se volessero.
Più lo guardavo attraverso quel vetro immaginario che forse ero stato io stesso a creare, più mi domandavo quali diritti avessi di sporcare con la mia presenza la vita perfetta di una persona simile.
Nao aveva una vita perfetta, ma ero accanto a lui solamente da pochi giorni, e già sentivo come se gliel’avessi rovinata.
Nonostante a me sembrasse una vita intera, una vita diversa dalla mia, da quando Nao mi aveva preso con sé, non erano passate che poche settimane.
La sua mancanza mi avrebbe distrutto, ma forse per lui sarebbe stato meglio se io fossi sparito in fretta, in tempo da riuscire a rimettere insieme i cocci della propria vita senza che io gliel’avessi rovinata troppo.
Questo pensavo, ancora spinto dall’eccessivo altruismo che era parte del mio carattere, tanto da aver messo da parte la mia stessa vita per salvare quella di mio padre.
Pensavo che mi sarei dovuto ancora una volta fare da parte, tacere i miei desideri e le mie esigenze – sì, la presenza di Nao al mio fianco non era solo più un desiderio, ma un’esigenza, un bisogno – per salvare la vita a qualcun altro.
Lo pensavo, me ne convincevo, e più me ne convincevo, più raccoglievo le forze, pronto a dirgli qualcosa del mio passato – anche bugie, se fosse stato necessario – che l’avrebbe indotto a mandarmi via di casa.
“Nao…”
Sentivo in me un contrasto che non c’era mai stato, l’altruismo, uno dei tratti predominanti del mio carattere, in quei giorni si sentiva messo da parte, da un altro sentimento, un altro tratto che il mio carattere non aveva mai avuto.
Lui si voltò verso di me, allungò una mano sul mio viso al sentire il suo nome e mi accarezzò, lentamente.
Erano così belli i suoi occhi.
Era così dolce il suo sguardo su di me, le sue dita calde sul mio viso erano l’unica realtà che volevo conoscere.
Egoismo.
Ecco, cosa avevo sviluppato nella mia vita accanto a Nao, egoismo.
Tutti i miei pensieri si fecero da parte, non appena incontrai quello sguardo, le mie grandi gesta di altruismo per permettergli di ricomporre quella vita che credevo di avergli rovinato mi sembrarono ridicole, assurde, assolutamente non necessarie.
L’egoismo mi imponeva di pensare che sarebbe stato meglio se fossi rimasto accanto a lui, che forse lui aveva bisogno di me quanto io ne avevo di lui, lo guardai, gli sorrisi.
Il suo sguardo su di me era così dolce, nonostante i suoi pensieri non fossero tornati da me, ma fossero ancora fermi a quel pomeriggio, a quelle parole di troppo che aveva sentito.
“Io… mi chiamo Takeshi.”
Senza esitazione gli dissi il mio vero nome, d’istinto, forse intimamente convinto che la fiducia che lui riponeva in me, vacillante dal discorso che aveva sentito quel pomeriggio, sarebbe tornata salda ad una simile confessione del mio passato, che sino a quel momento non gli avevo concesso.
Infatti, i suoi occhi tornarono su di me, lentamente lasciò cadere l’asciugamano dai suoi capelli, posandolo per terra, dedicandomi un sorriso caldo.
Stava tornando da me, Nao.
“Sakamoto Takeshi.”
Il mio nome di battesimo aveva un sapore strano tra le mie labbra, probabilmente perché erano molti anni che non lo pronunciavo.
Eppure, quella fastidiosa confessione era servita a raggiungere il mio scopo, a far sì che la mente di Nao si scostasse dalle immagini di quello stesso pomeriggio, e tornasse solo su di me.
Si distese sul futon accanto a me, allungando una mano ad accarezzarmi lentamente il viso, regalandomi così quel dolce contatto fisico che mi calmò, definitivamente, facendomi socchiudere gli occhi.
“Vuoi che ti chiami per nome?”
La sua presenza accanto a me, dopo quelle ore di distanza forzata, mi trasmetteva un piacevole calore, che sentivo espandersi in tutto il mio corpo lentamente, permettendomi di socchiudere gli occhi sotto le sue carezze, di ricominciare a respirare normalmente.
Scossi la testa in segno di diniego, lasciando lentamente che il mio corpo trovasse la propria strada tra le sue braccia, stretto, stretto quella notte come lo era stato le mille precedenti, ingenuamente convinto che nulla fosse cambiato.
“No… non mi piace.”
Mi stringeva a sé, Nao.
Mi stringeva forte tra le sue braccia, abbandonai il mio viso sul suo petto, respirando a fondo quel profumo che mi aveva accompagnato nella mia nuova vita, nella mia vita senza lacrime, nella mia vita con Nao.
Ero così sciocco, da aver già dimenticato che anche con Nao avevo versato lacrime.
Lacrime che bruciavano molto più di tutte le altre.
“Me l’ha dato mio padre, il nome. Mi ricorda lui… non mi piace.”
Il suo profumo mi entrava nelle narici e mi riempiva, tenevo gli occhi chiusi e, stranamente, parlare mi sembrava all’improvviso diventato davvero facile.
Avrei potuto raccontargli tutta la mia vita, forse, se avesse continuato a stringermi dolcemente in quel modo.
“Non vai d’accordo con lui?”
Era una sensazione un po’ strana, che fosse lui a fare domande a me.
Ma non era fastidioso, non quando io ero così stretto tra le sue braccia, non sentendo le sue dita scorrere lentamente tra i miei capelli, ed il mio costante pensiero che mi calmava, rassicurandomi che gli avrei detto tutto, con un po’ di tempo, e che lui non mi avrebbe guardato come si guarda una puttana.
Per lui non ero solo una puttana, e non lo sarei mai stato, se gli avessi raccontato tutto, dall’inizio.
Vero?
Scossi appena la testa a quella sua domanda, in un altro cenno di diniego, inconsciamente mi mossi appena, cercando di farmi stringere ancora di più dalle sue braccia.
“Lui ora è… in prigione.”
Quell’abbraccio che desideravo diventare più stretto, teneramente assecondò i miei desideri inespressi, alle mie parole.
Nao mi strinse di più tra le proprie braccia, continuò ad accarezzarmi i capelli, e vi posò un piccolo bacio.
“Saga…”
Quasi tutti mi chiamavano Saga, da quando uno dei primi clienti mi diede questo nomignolo.
La voce si sparse, evidentemente, perché quando gli uomini d’affari venivano a cercarmi, mi salutavano con uno di quei sorrisi sporchi, mi accarezzavano una guancia e mi dicevano “ciao, Saga”.
Mi dava i brividi, quel nomignolo.
Mi dava i brividi perché a volte lo sentivo quando ero perso nei miei pensieri, perso ad immaginare una vita senza costrizioni, senza dovermi prostituire, e quel nomignolo pronunciato dalla lingua lussuriosa di qualche ricco bugiardo mi riportava bruscamente alla realtà.
Ma sulle labbra di Nao aveva un altro suono.
Nao lo diceva dolcemente, mi chiamava in quel modo perché era l’unico nome con il quale mi aveva conosciuto, l’unico nome che pronunciava quando mi voleva svegliare, quando mi salutava al rientro a casa, quando mi dava la buonanotte.
Il nome che sussurrava tra i nostri baci, il nome che ha sospirato la notte prima sulle mie labbra, quando ci siamo lasciati trasportare dal desiderio.
“Chi ti ha dato questo nomignolo?”
Serrai le palpebre sul suo petto, era davvero arrivato il momento?
Il momento di parlare del mio passato, il momento di dirgli che sì, era stato l’amante di una notte a chiamarmi in quel modo, un uomo che ho visto poche volte nella mia vita, con cui ho parlato solo per contrattare il prezzo del mio corpo.
E forse qualche parola di troppo avrebbe sollevato ancora quel vetro che c’era tra noi, proprio ora che era caduto in frantumi, proprio ora che ero di nuovo tra le sue braccia, in attesa di un bacio.
“Non mi ricordo…”
Una bugia.
La mia prima bugia.
Quante nuove esperienze mi ha regalato, Nao.
Ho sospirato lungo la linea morbida del suo collo bianco, sapeva di bagnoschiuma.
“Ormai è molto tempo che mi chiamano tutti così.”
Nao non era come me.
Quando era lui a raccontarmi la sua vita, io lo riempivo di domande, adoravo vedere la sua espressione cambiare repentinamente alle mie parole, da stupita diventare divertita, incuriosita, poi intenerita, quando cominciava a parlare.
Ma ora che toccava a me parlare, lui rimaneva in silenzio, mi esortava a continuare semplicemente dedicandomi infinite tenere carezze tra i capelli, e qualche bacio gentile sulla fronte.
Forse perché già sapeva a che punto sarei arrivato.
Forse perché si aspettava che non gli avrei spiegato nulla della conversazione avvenuta quel pomeriggio, o forse perché aspettava solo quello, che io arrivassi al punto in cui mi trovai costretto a fare la puttana.
Non ne avevo il coraggio, e probabilmente me ne rendevo conto, anche mentre parlavo con lui.
Non avevo ancora abbastanza coraggio per dirgli tutto del mio passato, per mettermi a nudo davanti a lui, mostrandogli quelle macchie indelebili che probabilmente mi avrebbero sporcato per sempre ai suoi occhi.
“Anche mia madre… le rare volte che la vedo, intendo. Anche il suo compagno.”
Parlavo di cose che non avevano davvero nessuna importanza nella mia vita, parlavo dell’esistenza di una madre che mi aveva abbandonato al mio destino, parlavo dell’esistenza di un uomo che non aveva nemmeno finto di farmi da padre, quando quello biologico si è fatto da parte.
Parlavo senza rendermene conto, stretto in quell’abbraccio così caldo e profumato, così come non mi resi conto che quello stesso abbraccio si allentò un istante, il tempo di permettere a Nao di allungare un braccio e spegnere la luce, lasciandoci avvolti nel buio, unico punto d’orientamento l’altrui corpo premuto al proprio.
“Hai fratelli?”
Mi chiedevo solamente se Nao mi avrebbe perdonato, se gli avessi raccontato tutta la mia vita.
Se avessi avuto la garanzia che dicendo la verità, Nao non avrebbe odiato la mia vita macchiata di peccato, gli avrei raccontato tutto, quella stessa notte, in quello stesso momento.
Tutto della mia vita, tutto del mio passato, delle mie lacrime e dei miei desideri di fuga, del mio troppo altruismo che mi aveva incastrato in qualcosa che non volevo più, della solitudine terribile che sentivo ogni notte, quando mi ritrovavo da solo, in un letto che non conoscevo, umido di sesso che faceva male.
Gli avrei detto come la sua presenza aveva riempito la mia vita, come ai miei occhi lui era diventato il mio eroe, il mio salvatore, come l’affetto che provava per me era tutto ciò che mi bastava per sentirmi vivo.
Ma, chiuso nella mia forse troppo ottusa ingenuità, o forse sin troppo genuina paura, non riuscivo ad alzare gli occhi per incontrare lo sguardo di Nao, per capire se quella garanzia l’avrei avuta.
“Sì… una sorella, ma non so dove sia. Ha almeno dieci anni più di me… non la vedo da molto. E un fratello, ma è piccolo, e non è… cioè, non è proprio mio fratello.”
Percepivo nelle carezze di Nao una febbrile voglia di ricercare un appiglio in quel quadro della mia vita che gli stavo lentamente delineando con le mie parole confuse.
Era una brutta vita, questo pensava il mio Nao.
Era una vita troppo pesante per il ragazzino che teneva tra le braccia, una vita troppo dura per quel dolce e ingenuo corpo bianco che stava imparando a scoprire ogni notte.
E con le sue domande cercava un appiglio, uno qualsiasi, un affetto che lo aiutasse a non pensare che la mia vita era così terribile, per sentirsi un po’ meno male per me.
Era lui, il mio unico appiglio.
“È figlio del compagno di tua madre?”
Feci lentamente cenno di sì con il capo, rimanendo nascosto in quel consolante buio pieno del profumo di Nao, accarezzando il suo collo bianco con le mie labbra, mentre parlavo.
“Non so nemmeno come si chiama.”
Lo sentii percorso da un brivido a quella frase, forse non si era reso conto che ero davvero solo al mondo.
Per non sapere nemmeno il nome di mio fratello, voleva dire che non vedevo mia madre davvero da molto tempo, questo hai pensato, non è così, Nao?
Mi ha stretto di più tra le sue braccia forti, così tanto da farmi dimenticare tutta la solitudine che mi era gravata addosso negli anni passati, infondendomi quel calore incredibile che solo lui era capace di darmi.
Avrei voluto chiedergli di giurarmi che mi avrebbe stretto così forte per sempre, in qualunque caso.
Anche se fosse venuto a sapere che ero una puttana, solamente una puttana.
“Ma ora ci sono io qui. Ora ci sono io, con te.”
Erano dolcissime le sue parole, sussurrate ad un soffio appena dalle mie labbra.
Erano dolci come se fossero state l’unica cosa bella del mondo, erano così dolci da farmi venire voglia di piangere.
E allora piansi, silenziosamente, senza nemmeno un singhiozzo a tradire la mia perfetta maschera d’indifferenza, quelle apatiche lacrime trattenute per troppi anni si erano liberate, spinte dalla tenera confessione del mio amante, bagnandogli il collo.
“Non piangere, Saga. Ora ci sono io.”
Nao, se avessi saputo che era proprio per quel motivo che piangevo, cosa mi avresti detto?
Le mie erano lacrime di solitudine, pregne di quel dolore che si manifesta solo quando essa finisce, facendoti rendere conto come uno schiaffo in pieno viso di quanto stavi male senza nessuno.
Erano lacrime di gioia, per il tenero calore che mi trasmetteva il corpo di Nao premuto al mio, quelle lacrime che sgorgano da una semplice gentilezza attesa troppo a lungo.
Erano lacrime di paura, ceco terrore di quando tutto quel benessere sarebbe finito, gettandomi a terra e facendomi soffrire ancor più di quando nemmeno sapevo cosa volesse dire essere felici.
Avrei voluto chiedergli se sarebbe rimasto al mio fianco per sempre, a proteggermi, ma non ebbi il coraggio nemmeno di dire quello.
L’unica cosa che riuscii a fare fu cercare le sue labbra, richiedendo un bacio dolce e intenso, che chetasse le mie lacrime in quelle carezze che ci dedicavamo ormai ogni notte, lasciando poi che mi addormentassi in silenzio tra le sue braccia, senza un’altra parola.
Il suono della sveglia era sempre lo stesso, identico, ogni mattina.
Ogni mattina Nao allungava una mano ad interrompere quel fastidioso suono, impedendo così alla sveglia di disturbare oltre il mio sonno.
Ogni mattina, Nao si riservava il dolcissimo piacere di essere lui stesso a svegliarmi, ricercando appena il mio viso nascosto tra il suo petto e le coperte, ricercando le mie guance, ricercando le mie labbra, e trovando poi il mio sguardo.
Ogni mattina, mi svegliavo con il sapore delle labbra di Nao sulle mie, con la sua voce morbida impastata di sonno, con le sue mani ancora calde a cogliere il mio volto in qualche carezza prima di colazione.
E il sapore dei biscotti, gli stessi ogni mattina da quando mi aveva accolto sotto la sua protezione, mi sembrava sempre più dolce, quando erano farciti di quella tenera routine alla quale mi piaceva abituarmi.
Quella mattina, il suono della sveglia risuonò per troppo tempo nelle mie orecchie, prima di venire smorzato dalle mani veloci di Nao.
Diversamente dal solito, però, lui tornò a rifugiarsi nel mio abbraccio, un piccolo broncio disegnato sulle sue belle labbra, un sospiro prima di cercare riparo dai raggi del sole sotto alle coperte.
Rimasi qualche istante ad occhi chiusi, le mie dita si persero tra i suoi capelli sottili, accarezzandoli, lasciando così inconsciamente passare il tempo, lasciando che si riaddormentasse accanto a me, e che io mi beassi della vista dei suoi occhi chiusi e dei suoi lineamenti rilassati.
Era così bello, in quel momento, che avrei voluto durasse per sempre.
Mi sarebbe piaciuto se la nostra vita si fosse fermata a semplicemente quello, a tenere carezze reciproche al caldo riparo delle coperte tiepide del nostro sonno, a sorrisi dolci e parole ancora addormentate.
Mi resi conto poco dopo che però lui aveva ancora dei doveri, che prima o dopo si sarebbe dovuto alzare per andare alle prove, per suonare, per incontrare altre persone all’infuori di me, e dio, come mi sarebbe piaciuto essere l’unico ed il solo nella sua vita.
Sospirai sulla linea dolce dei suoi occhi chiusi, insinuando le dita tra i suoi capelli e stringendolo a me, prima di trovare le sue labbra, ricambiando il favore, svegliandolo quella mattina con un piccolo bacio, come lui aveva fatto così tante volte con me.
“Nao…”
Un mugolio, un lieve sorriso, le sue braccia attorno alla mia vita e la mia voglia di dimenticarmi dell’esistenza del resto del mondo.
“Nao, dobbiamo alzarci…”
Un altro bacio, il suo abbraccio ancora più stretto e il calore del suo sguardo ancora pieno di sonno, tanto che mi sembrava di scorgere al di là delle sue iridi scure i sogni che aveva fatto quella notte.
Li richiuse di nuovo, quei suoi splendidi occhi neri, forse cullandosi nella speranza di poter ricadere nei suoi sogni come se nulla fosse, insieme a me.
“No… stamattina no.”
Tre piccole parole risolute, nonostante la nota tenera che era sempre presente nella sua voce, ed il suo abbraccio ancora più stretto attorno ai miei fianchi esili, troppo esili, come la mia volontà, mi veniva solamente voglia di mettere da parte tutto.
Ma pensavo fosse solamente pigrizia la sua, che avesse solo ancora voglia di dormire, che prima o poi si sarebbe dovuto comunque alzare.
“Nao… dai, devi andare in sala prove…”
Mi sorrise in quel suo modo speciale alle mie parole, evidentemente era divertito dal fatto che tentassi di prendermi cura di lui, o forse dall’evidenza della mia indecisione, il contrasto delle mie parole con le mie braccia che ancora rimanevano attorno al suo collo, e le mie labbra che non riuscivano a smettere di cercare le sue.
Con le parole gli chiedevo di alzarsi, con il mio corpo gli chiedevo di rimanere tra quelle coperte con me.
Probabilmente l’inconscia consapevolezza che, volente o nolente, percepivo il nostro rapporto essersi raffreddato di poco, mi consigliava di rimanere lì con lui, tutta la mattina, a recuperare quell’intimità che in una sola notte durante la quale ci eravamo sfiorati poco, mi sembrava di aver perso.
Ed anche quel sentimento era qualcosa di assolutamente nuovo per me, desideravo sentire le sue mani su di me non per una pura e semplice pulsione sessuale, quanto più per la tenerezza che questo avrebbe portato tra di noi, per il sapore del sentire il mio nome sussurrato in un respiro eccitato ad un soffio dalle mie labbra.
Il solo pensiero mi fece arrossire e separare appena da lui, sdraiandomi sulla schiena, coprendomi il viso con una mano, sentendo la mia pelle bollente.
Volevo stare con Nao, e non per placare una semplice astinenza del mio corpo.
Imputai il mio desiderio improvviso alla curiosità, al voler conoscere il perché tutti dicano che avere un rapporto sessuale con una persona della quale si è innamorati è diverso.
Ma nemmeno questo era vero.
Volevo semplicemente stare con Nao, volevo stare con l’unica persona alla quale avrei raccontato tutta la mia vita, volevo che impazzisse per merito mio, volevo che conoscesse ogni angolo nascosto del mio corpo.
Mi sentii bruciare il viso ancora di più a quel pensiero, e mi alzai a sedere tra le coperte.
“Saga?”
La sua mano sfiorò la mia, probabilmente era confuso da quel mio repentino cambiamento di posizione, ma io sentii una scossa propagarsi nel mio corpo partendo esattamente dalla zona dove mi aveva toccato, e, inconsciamente, mi scostai ancora, spaventato.
“Saga… va tutto bene?”
Si era alzato a sedere accanto a me, la sua mano destra a mezz’aria, immobile dove poco prima c’era la mia mano, ed i suoi occhi nerissimi che mi guardavano, con un velo di preoccupazione.
“Sì. Va tutto bene. Andiamo alla sala prove?”
Il mio sguardo traditore indugiò appena sulle sue clavicole pronunciate nella scollatura della maglietta, su quel neo che aveva scelto esattamente il luogo giusto dove posizionarsi per farmi impazzire, mi morsi le labbra e sentii un’altra vampata di calore attraversarmi le guance.
Non era da me non avere controllo delle mie reazioni, e questo mi spaventò ancora di più.
“Scusami.”
Senza aspettare risposta mi alzai in piedi, correndo verso il bagno, per barricarmici dentro, respirare a fondo.
Chiudendo gli occhi mi sembrava di vedere solo Nao davanti a me, e l’immagine che mi si presentava in mente non mi aiutava a calmarmi, affatto.
Immaginavo il suo petto nudo, richiamando a me le immagini di quelle tante notti passate insieme, immaginavo come la sua pelle potesse arrossarsi facilmente sotto i miei tocchi sin troppo esperti.
Mi disgustava sapere di avere toccato così tanti uomini, mi disgustava ricordare che non l’avevo mai fatto per amore, e, stranamente, mi era venuta improvvisamente paura.
Paura che il desiderio sessuale potesse sporcare il sentimento sincero che provavo per Nao, era una cosa sporca?
Non ne sapevo niente, non sapevo che all’interno di quel fantastico mondo dei sentimenti c’era anche questo, c’era anche l’eccitazione forte che si prova al solo pensiero di poter stare fisicamente con una persona a cui si è così attaccati.
Semplicemente mi sentivo sporco, molto di più di quanto non mi fossi mai sentito, alla consapevolezza di essermi concesso a così tanti uomini e di non volermi concedere all’unico che volevo, forse per paura di far crollare quel meraviglioso castello di cristallo pulito che erano i miei sentimenti per lui.
Il sesso era nato nella mia mente come atto totalmente scisso dal sentimento, ed ero sicuro che sarebbe sempre stato così, per questo mi sentivo sporco.
Era sporca la mia eccitazione repentina di quel momento.
Era sporca l’immagine del corpo nudo di Nao sopra il mio, erano sporche le mie stesse carezze al pensiero di lui dentro di me, erano sporchi i miei ansiti, flebili, mentre cercavo di non farmi sentire da lui oltre la porta.
Ho inarcato la schiena contro la porta, raggiungendo il culmine, internamente stupendomi di quanto le carezze che mi aveva dedicato Nao quell’unica notte fossero state almeno un milione di volte più appaganti.
E, dall’altra parte, Nao, che bussava alla porta con pochi colpi delicati di nocche e la sua voce bassa e dolce carica di preoccupazione.
“Sa… Saga?”
Nella mia testa balenò l’immagine della sua espressione se avesse sentito tutto, arrossii ancora di più, ancora di più mi premetti contro la porta, per impedirgli di aprirla in caso avesse tentato, per non farmi trovare da lui in quelle condizioni.
“Nao… scusami, va… tutto bene. Faccio una doccia e esco, così… andiamo… ecco…”
Un’occhiata veloce allo specchio del bagno, giusto per ritrovarmi rosso ed accaldato, la maglietta appena sollevata ed i pantaloni appena abbassati, indecente.
Il mio riflesso stesso era un’immagine sporca.
Nao non mi disse una sola parola, dopo.
Il lieve rossore sulle sue guance quando uscii dal bagno mi lasciò intuire che avesse sentito qualcosa, o che comunque avesse capito il mio repentino cambio di comportamento, quando eravamo insieme poco prima.
Nascosi il mio imbarazzo sotto l’asciugamano bianco che avevo tenuto sui capelli, vi nascosi i miei occhi, troppo spaventato dalla possibilità di incontrare il suo sguardo, di dover dare delle spiegazioni.
“Saga…”
“Mh?”
Gli diedi le spalle e mi morsi le labbra, ero agitato, e le immagini che mi si erano formate in mente poco prima continuavano a tormentarmi, ancora mi sentivo sporco, e tutt’un tratto non mi sentivo più in diritto di provare dei sentimenti per lui.
“Non so se sia il caso di andare alla sala prove…”
Lentamente mi voltai, a ricercare il suo sguardo.
Aveva ancora addosso gli abiti che usava per dormire, i capelli scomposti e lo sguardo stanco, ma serio.
Si morse un labbro in un’inquietante specchio delle mie stesse azioni, abbassando gli occhi a terra, stringendosi appena nelle spalle, la mente ancora una volta persa sul filo di pensieri che non riuscivo a cogliere, e mi spaventava.
“Nao?”
Scosse ancora la testa, voltandosi, cominciando febbrilmente a sistemare le coperte del futon, era lui a darmi le spalle all’improvviso, era lui a sfuggire al mio sguardo.
“Non è il caso. Non dopo quello che… quello che è successo, ecco.”
Ho lasciato cadere l’asciugamano bianco ai piedi del futon, le ciocche di capelli ancora bagnate mi si appiccicavano alla fronte, le goccioline scendevano nella scollatura della mia maglietta, bagnandomi la nuca e dandomi lievi brividi di freddo.
Ma niente di tutto questo sembrava avere troppo peso, non alla luce della consapevolezza che tutto ciò che avevo temuto la sera prima in un eccesso di altruismo era effettivamente avvenuto.
Avevo rotto la routine della vita di Nao.
La mia presenza aveva sconvolto il suo equilibrio, la mia esistenza era andata ad interferire tra lui e le persone che gli stavano accanto, allontanandolo da loro, isolandolo, per un periodo indeterminato.
Mi morsi ancora le labbra sino a farmi male, rimanendo in silenzio, sentendo di nuovo viva in me la necessità di farmi da parte, in favore dell’equilibrio nella vita di Nao.
“Scusami…”
Alzò brevemente lo sguardo, incontrò i miei occhi per meno di una frazione di secondo, prima di riabbassarli ancora, riordinando un disordine esistente, pur di sfuggire ad un confronto diretto con il perturbatore della sua tranquillità.
“E di che? Non è colpa tua. È… solo meglio così, per un po’, almeno.”
Il tono della sua voce era calmo, ma quasi senza enfasi, possibile si fosse reso conto anche lui che la mia presenza nella sua vita stava cominciando a dare i primi fastidi?
Non gli avrei causato altro che fastidi.
Avevo cominciato dai suoi amici, e forse avrei continuato con la sua famiglia.
Cosa avrebbero detto, i genitori di un ragazzo ricco, se avessero saputo che si teneva in casa un ragazzino raccolto dalla strada del quale aveva appena saputo il vero nome e poco altro?
“No, Nao. Devi andare… io non vengo, io sto qui. Ma tu devi andare, o non ti faranno più…”
Le parole mi morirono in gola, febbrilmente nella mia immaginazione non facevo che delineare un piano perfetto dopo l’altro per riuscire a ricomporre i pezzi della sua vita, prima di sparire.
Piani sempre più fragili, che crollavano l’uno dopo l’altro, io ero solo un perturbatore, una puttana, non ero in grado di salvare e ricomporre i rapporti tra le persone dopo che li avevo distrutti.
Forse mi sarei dovuto limitare a fare questo, convincerlo ad andare alle prove, e poi sparire dalla sua vita.
Non sarebbe mai e poi mai venuto a cercarmi, avrebbe capito lui stesso che sarebbe stato meglio così.
Quante volte già mi ero detto che avrei dovuto lasciare il caldo riparo delle braccia di Nao?
“Non c’è bisogno, Saga. Lasciamo passare qualche giorno, e poi vediamo.”
Era sempre stata così dolce la sua voce, però, da avermi fatto cedere alla mia fantasia tutte le volte.
La mia fervida fantasia, che mi suggeriva sorniona che tutto si sarebbe sistemato, che io sarei potuto rimanere con lui per sempre, senza problemi di nessun tipo, e che il nostro rapporto sarebbe sempre stato perfetto.
Più lo guardavo, più mi rendevo conto che non voleva incontrare il mio sguardo, le mie dita tremarono quando mi voltai a guardare la parete, sentendo il fruscio dei suoi vestiti che abbandonavano il suo corpo, prima di immaginare che avesse varcato la soglia della stanza, dirigendosi verso il bagno.
“Almeno andiamo a prendere il basso…”
Dissi quella frase inconsciamente, guardando per terra, prima di percepire una mano accarezzarmi appena i capelli bagnati, ed un bacio sulla mia spalla.
“Va bene.”
Camminavamo in silenzio, l’uno accanto all’altro, diretti verso la sala prove del gruppo di Nao.
Avevamo deciso di andare a piedi, prendere il treno per un tratto e poi goderci la giornata, che sarebbe stata uno degli ultimi giorni soleggiati della stagione, Nao me lo aveva detto sorridendo, prima di prendermi la mano e stringerla delicatamente nella sua.
Quel semplice contatto fisico mi aveva subito fatto sentire meglio, mi aveva fatto pensare a quanto erano state sciocche le mie idee di abbandonarlo, ignorando la costante consapevolezza che ormai avrei trovato troppo duro vivere senza di lui.
Il solo pensiero di tornare a battere mi toglieva il respiro, un dolore incredibile che mi chiudeva la bocca dello stomaco e mi lucidava gli occhi, non sarei mai più riuscito a vendere il mio corpo per pochi soldi, nonostante il senso di colpa stesse pian piano crescendo dentro di me.
Sì, anche quel sentimento era sbocciato insieme agli altri nel mio cuore, era come una di quelle erbe cattive che quando vengono strappate crescono più forti di prima, e se vengono ignorate non fanno che invadere lo spazio vitale dei fiori che vorresti crescere.
Senso di colpa verso mio padre, senso di colpa verso quell’uomo che non mi aveva mai dedicato le carezze che si debbono ad un figlio, verso quell’uomo chiuso in prigione con l’accusa di spaccio e di aggressione.
Verso quell’uomo che, mio malgrado, mi aveva dato comunque la vita, e che senza il mio aiuto avrebbe subito violenze ogni santo giorno, in quella cella di quel carcere che non avevo mai avuto il cuore di vedere.
Sapevo che vendendo il mio corpo, ogni giorno gli risparmiavo qualche dolore che altrimenti gli sarebbe stato inferto dai sottoposti della persona alla quale doveva troppi soldi, gli stessi che picchiavano me quando osavo tenere qualche soldo di troppo per mangiare.
E sapevo che i giorni più belli della mia vita, quelli più luminosi, mi avevano allontanato da quella realtà che conoscevo sin troppo bene.
Ogni bacio che rubavo a Nao, stretto al suo corpo che profumava di affetto, era una violenza in più che avrebbe dovuto subire mio padre, un uomo di mezz’età, tossicodipendente e debole, e non potevo fare a meno di chiedermi se la mia negligenza prima o dopo non l’avrebbe ucciso.
Ingoiavo le mie lacrime mordendomi le labbra, stringendo di più la mano di Nao e appoggiandomi alla sua spalla, sentendomi ancora più in colpa per quella morbida tenerezza nella quale mi sentivo avvolto.
Il confronto con la realtà mi riscosse dai miei pensieri, quando arrivammo al garage che fungeva da sala prove, deboli note provenienti da vari strumenti ci raggiunsero dal suo intero, facendomi fremere di ansia.
Nao mi strinse di più la mano, lo sguardo rivolto verso quell’edificio, prima di lasciarla, dirigendosi all’entrata, evitando ancora il mio sguardo.
Lo seguii a pochi passi di distanza, entrando dopo di lui in quella sala dove improvvisamente era calato il silenzio, come nei film, alla nostra apparizione.
“…Murai.”
Era la voce del chitarrista, Makoto, piena di sdegno, ironica e sprezzante, ma ciò che davvero c’era di ironico, era che provenisse dal corpo ammaccato e pieno di lividi di quel ragazzo, lividi causati dalla persona alla quale si stava rivolgendo con tanto sdegno.
Le labbra di Nao tremarono appena di fastidio, i suoi occhi sorpassarono in fretta la figura di Makoto, per posarsi su quella del cantante, un lieve sorriso di circostanza.
“Sono venuto a prendere il mio basso. Non vi disturberò più.”
Due frasi brevi e concise, prima che si muovesse a recuperare il suo strumento accuratamente posato nell’angolo, privandomi così del mio scudo umano, facendomi sentire nudo e scoperto e al centro dell’attenzione di tutti i ragazzi presenti in sala, io, il perturbatore.
Lo sguardo sporco di Makoto mi trapassava da parte a parte, sembrava riuscisse a vedere attraverso i miei vestiti gli splendidi segni rossi che Nao lasciava sulla mia pelle, e la cosa lo infastidiva.
“Nao… sei sicuro? Magari se, non so, chiedessi scusa, potresti continuare a suonare con noi e…”
La voce del cantante era calma e pacata, sembrava un ragazzo tranquillo, con una lieve fitta al cuore capii perché Nao riusciva ad andarci d’accordo.
Dal canto mio, non potei fare a meno di annuire lievemente, riportando il mio sguardo su Nao, non avevo idea che avesse accettato di tornare a prendere il suo strumento solo perché voleva lasciare definitivamente il gruppo nel quale aveva suonato così a lungo.
La lieve fitta al cuore si acuì e si tramutò in qualcosa di più complesso, la consapevolezza che l’equilibrio della vita di Nao si andava frantumando sempre più, e tutto per colpa mia.
“Non ho intenzione di chiedere scusa, Yuichi. Quello che ho fatto, l’ho fatto perché lo meritava.”
Non disse nient’altro, Nao, mettendosi il basso su una spalla e tornando verso di me, circondandomi la vita con un braccio e facendomi voltare verso l’uscita, portandomi fuori, senza degnare né Makoto né gli altri membri del suo gruppo di un ulteriore saluto.
Dal canto mio, non feci che seguire la sua volontà, dopotutto lui era l’unica persona di cui mi importava in quella stanza – al mondo – e mantenni impassibile il mio sguardo su di lui.
“Ci molla, deve divertirsi con la sua puttana…”
La voce sprezzante di Makoto mi arrivò alle orecchie come una secchiata d’acqua ghiacciata.
Mi girai solo un istante, in tempo per sentire Nao sfuggire al nostro debole abbraccio, ed avventarsi contro quel ragazzo dalla bocca avvelenata.
“Bastardo…”
“Nao!”
Gli strinsi le braccia attorno alla vita, tenendolo fermo, tenendolo, per quanto fosse possibile alle mie braccia debolissime e prive di muscoli, lontano da quel ragazzo, terrorizzato dal pensiero di dover assistere ad altra violenza, terrorizzato dal fatto che questa volta Makoto sarebbe stato preparato ad un attacco da parte di Nao, forse addirittura in attesa, ed avrebbe risposto.
Probabilmente fu l’idea stessa che Nao avrebbe potuto farsi male, a farmi trovare in me una forza che di sicuro non avevo mai avuto, permettendomi di fermarlo.
“Nao… andiamo via?”
Percepii i suoi muscoli rilassarsi sotto la mia stretta, Nao si arrese lentamente alla mia richiesta e tornò a voltarsi, portandomi un braccio attorno alle spalle.
Gli strinsi ancora le braccia attorno alla vita ed inalai il suo profumo, tenendolo stretto a me, mentre uscivamo dalla sala prove.
La risata di Makoto risuonava beffarda nelle mie orecchie, l’ultima fitta al cuore mi diede la possibilità di rendermi conto che la sua era una bruciante gelosia, che aveva sempre voluto da me le attenzioni che io dedicavo solo a Nao, ma che non aveva mai trovato la strada giusta per averle.
Camminammo senza fermarci, senza cambiare posizione, il suo braccio attorno alle mie spalle tremava lievemente di rabbia repressa, e il ritmo lento dei nostri passi non si spezzò sino a quando non fummo lontani, e Nao si lasciò andare a poche parole piene di frustrazione.
“Dovevo dare una lezione a quel bastardo.”
Mi faceva male al cuore sapere che le parole di Makoto rispecchiavano dolorosamente la verità, o, almeno, gran parte della verità.
Era colpa mia se Nao li aveva mollati, dopotutto, era colpa mia, che ero solo una puttana come tante altre.
Non riuscii a chiudermi nel pentimento come avrei voluto, come avevo imparato a fare sin da piccolo, quando mi punivo da solo per le mie piccole marachelle, dato che i miei genitori non sembravano eccessivamente consci della mia esistenza.
Non ci riuscii perché preferii invece crogiolarmi nello sciocco sentimento che sembrava avvolgermi, e farmi stare molto meglio del male al petto che sentivo sino a poco prima.
Nao si era arrabbiato perché io ero stato insultato, Nao si sarebbe battuto per me, Nao non pensava che io fossi una puttana, perché si era arrabbiato al sentirlo dire da altri.
In me montò una sciocca fierezza, che mi impedì di formulare una qualunque frase di senso compiuto che avrebbe dovuto calmare Nao, tutto ciò che feci fu sollevare lo sguardo nel suo, ad incontrare quegli splendidi occhi così scuri in cui mi ero perso.
Gli dedicai un debole sorriso, prima di lasciargli un piccolo bacio sul collo, salendo piano verso le sue labbra.
“Nessuno deve insultarti, Saga.”
Quelle parole avevano un sapore ancora più dolce dette ad un soffio dalle mie labbra, mi sciolsi nel suo abbraccio che si era fatto più stretto, avvolgente, e mi lasciai baciare.
“Nessuno.”
Ero solo perifericamente consapevole del fatto che fossimo in mezzo alla strada, della ruvida tracolla della custodia del basso che sfregava contro il mio collo, delle sue braccia ora strettissime, uno attorno alle mie spalle e l’altro alla mia vita.
Tutto ciò che sentivo erano le sue labbra, e le sue parole in quei pochi istanti in cui ci separavamo.
- Ti amo, Nao. -
Aprii gli occhi solo un istante, le gote in fiamme e il cuore che batteva velocissimo, semplicemente per capire se quelle parole le avevo pronunciate o le avevo solamente pensate.
Nao era ancora ad occhi chiusi, ancora perso nel piccolo mondo tenuto in piedi solo dal contatto dei nostri corpi, che mi lasciava piccoli baci accanto alle labbra, stringendomi forte tra le sue braccia.
Non aveva avuto alcuna reazione alle parole che credevo di aver sussurrato, probabilmente le avevo semplicemente urlate dentro di me.
Al pensiero di ciò che avevo appena ammesso a me stesso, il mio cuore battè ancora più forte, e feci per chiudere ancora una volta gli occhi, per lasciarmi baciare ancora, crogiolandomi nel soffice pensiero di essere un ragazzo innamorato. Ricambiato.
Non mi fu possibile, ancora una volta arrivò qualcosa a squarciare la mia serenità.
Uno sguardo conosciuto, due figure dolorosamente riconoscibili, una sigaretta spenta con un colpo di tacco ed un odore di violenza che conoscevo sin troppo bene.
Gli occhi neri di uno dei due uomini mi penetrarono dolorosamente da parte a parte, erano scuri come quelli del mio Nao, ma non avevano nemmeno un briciolo della loro dolcezza.
Nascosi il viso nel suo collo, aumentando la stretta delle mie braccia attorno alla sua vita, terrorizzato dalla possibilità che mi avessero riconosciuto, celando il mio viso ancora per un po’.
“Saga?”
Sentii le dita di Nao accarezzarmi dolcemente i capelli, il mio nome pronunciato in un sussurro preoccupato all’orecchio, mentre cercava di spostarmi il viso per trovare il mio sguardo.
“Nao… non dire il mio nome.”
La mia voce era spaventata, me ne resi conto immediatamente.
Tanto spaventata che le carezze di Nao tra i miei capelli si bloccarono, e mi strinse ancora di più tra le proprie braccia, facendomi sentire stupidamente avvolto, protetto, nascosto agli occhi del resto del mondo.
Ma non ero nascosto, ero ancora visibile.
Me ne ricordai, e tornai a nascondere il viso nella spalla di Nao, ingoiando le lacrime che premevano per uscire, non era il momento, non era il momento di piangere perché già vedevo la fine del mio paradiso.
“Va tutto bene, piccolo?”
Scossi appena la testa, mantenendola premuta nella sua spalla, sperando che i due uomini non avrebbero fatto caso ad una semplice coppia di ragazzi, pericolosamente troppo vicina a loro.
“Andiamo a casa in fretta, per favore…”
La mia voce da spaventata si abbassò, incredibilmente, sino a diventare poco più di un lamento sussurrato, soffocato dalla stoffa della sua maglietta e dal magone che mi premeva in gola, per uscire, per sciogliersi in un fiume di lacrime calde.
Sollevai un istante lo sguardo, in tempo per notare che i due uomini ci avevano dato la schiena, scambiandosi qualche ruvida parola che non avevo la serenità mentale necessaria per tentare di intuire.
Ne approfittai di quella distrazione improvvisa per tirare appena la maglia di Nao, che, senza pormi altre domande, cominciò a camminare veloce verso la stazione, senza smettere un solo istante di tenermi stretto tra le sue braccia.
La sensazione di calore che mi avvolgeva sempre quando ero tra le braccia di Nao, pian piano tornò a scaldarmi dal gelo che la paura mi aveva fatto calare addosso.
Le rotaie scorrevano veloci sotto il treno, e più distanza mettevamo tra noi e il luogo dove avevo visto quegli uomini, più il mio respiro tornava alla normalità, aiutato dalle gentili carezze di Nao tra i miei capelli, e dal dolce profumo del suo collo.
Non mi chiese nulla, ed io non dissi una sola parola, durante il tragitto di ritorno a casa.
Semplicemente mi tenne premuto al suo corpo con un braccio, il mio sguardo terrorizzato non faceva che sondare ogni angolo di strada, quasi mi aspettassi di vedere i fautori della mia violenza lì, ad attendermi, per portarmi via da quell’abbraccio così caldo.
Ma non accadde, Nao chiuse la porta di casa dietro di noi, posò il basso, ci togliemmo le scarpe ed entrammo.
La luce del sole che ci colpiva ogni volta che tornavamo a casa, ci investì anche quella volta, entrando dalle finestre e illuminando il bell’appartamento di Nao, dandoci il bentornato.
L’argine della mia paura si sciolse, inesorabilmente, non appena mi resi conto di essere al sicuro, non appena mi resi conto che non avevo temuto per la mia vita, né per la mia tranquillità, ma per l’incolumità di Nao, esattamente come nel momento in cui stava per aggredire di nuovo Makoto.
Una lacrima mi bagnò una guancia nell’esatto istante in cui mi morsi le labbra, come un malsano rapporto causa-effetto, ma in realtà entrambi i gesti erano causati solo dal mio terrore di perdere Nao.
Lui non mi chiese niente, non ancora, si limitò a stringermi tra le sue braccia, accarezzandomi una guancia e baciandomi i capelli in silenzio, lasciando che i miei singhiozzi si placassero appena, in modo che le parole sussurrate tra l’uno e l’altro cominciassero ad avere un senso.
“Ho paura di perderti, Nao…”
Senza che me ne rendessi conto, diedi voce ai miei pensieri, soffocando i miei sussurri sul suo collo bagnato dalle mie stesse lacrime, stringendo un lembo della stoffa della sua maglia tra le mie dita, convulsamente.
Alle mie parole, lui mi diede un tenero bacio sulla tempia, stringendomi ancora di più tra le sue braccia, talmente forte che ormai mi sentivo parte di lui, ed era una sensazione incredibilmente dolce.
“Non voglio perderti… ma non voglio nemmeno che ti facciano male…”
Sapevo che sarei scivolato nell’incoerenza, sapevo che forse la paura aveva sbloccato qualcosa dentro di me, e, prima di rendermene conto, forse mi sarei trovato a dire a Nao tutta la verità.
Sapevo tutto questo, ma non riuscivo comunque a riprendere il controllo delle mie emozioni, non quando c’era Nao lì con me, se io avessi perso il controllo, ci sarebbe comunque stato lui a calmarmi.
“Nessuno mi farà male, Saga… e nemmeno lo faranno a te…”
Scossi la testa in un cenno di diniego, scostandomi di pochissimo dall’abbraccio di Nao, quel poco per riuscire a incontrare il suo sguardo, per fargli capire la mia serietà.
“Nao… io sono nei guai… e tu mi stai tenendo con te, e a loro non importerà che tu non c’entri nulla, ma…”
Un singhiozzo mi impedì di continuare, la mia vista era annebbiata dalle lacrime, un vero disastro, per chi aveva sempre imparato a piangere in silenzio, a non piangere affatto.
Tornai a stringere Nao a me, le mie braccia attorno al suo collo e le mie dita tra i suoi capelli, lui mi abbracciava, senza capire, silenziosamente esortandomi ad andare avanti.
“Se ci trovano, ti faranno male… Non voglio che ti facciano male…”
L’ultimo briciolo di razionalità si frantumò quando mi mossi appena, andando a cercare le sue labbra, in un umido bacio che sapeva di sale.
Avevo gli occhi chiusi ed il viso bagnato di lacrime, l’unico senso all’erta era il tatto, per percepire le labbra di Nao sulle mie, le sue mani sulla mia schiena, i suoi capelli tra le mie dita.
Un ultimo singhiozzo, mi specchiai nei suoi occhi neri.
“Io sono pazzo di te, Nao.”
Le sue labbra tremarono appena a quella confessione che mi sfuggì di bocca senza essere passata prima dal cervello, prima di catturare velocemente le mie in un bacio passionale.
Strinsi di più le braccia attorno al suo collo, quando mi sentii sollevare appena da terra, le sue mani a sostenermi sotto il fondoschiena, quando incrociai le gambe attorno alla sua vita.
Ci baciammo a lungo, sino a non avere più fiato, sino a perdere totalmente il senso della realtà, uniti in quell’abbraccio che confondeva i nostri stessi corpi, spostandoci lentamente verso la camera da letto, senza che me ne rendessi conto.
Ero ancora tra le sue braccia quando si abbassò lentamente, facendoci crollare entrambi sdraiati sul futon, lui sopra di me, i suoi occhi scuri nei miei, le sue labbra ad un soffio dalle mie.
Mi strinse così forte che mi sembrò di non poter più respirare, ma un istante dopo mi resi conto che era solo l’ansia dell’attesa, ed il mio cuore che batteva fortissimo per la nostra vicinanza così stretta.
“Saga…”
Gli accarezzai il viso, lo guardai perdendomi in quei lineamenti perfetti, tanto da non capire più se avessi smesso di piangere o lo stessi ancora facendo.
“Voglio fare l’amore con te, Saga.”
Il mio cuore perse qualche battito, sentii come se si fosse all’improvviso fermato nel petto, per poi ricominciare a battere fortissimo alle sue parole, le mie ginocchia non sarebbero state in grado di sostenermi se fossi stato in piedi, e le mie mani tremavano.
Non riuscivo a smettere di guardarlo in viso, le lacrime mi tornarono velocemente agli occhi, allora avevo smesso di piangere, e stavo per ricominciare a farlo.
“Nao…”
Il suo nome fu l’unica parola che uscì dalle mie labbra, cercai ancora i suoi baci, mi piaceva il lieve gusto di disperazione che avevano in quel momento, mi piaceva l’aspettativa che vi avevamo aggiunto, mi piaceva quella sensazione di calore che mi avevano trasmesso le sue parole.
Fare l’amore.
Non sarebbe stato sesso, sarebbe stato diverso, e le parole che lui aveva scelto per dirmi che voleva stare con me mi lasciavano tra le labbra un delizioso gusto di vittoria, voleva dire che anche lui provava per me qualcosa di incredibilmente intenso.
Era ancora più delizioso il fatto che nonostante la tacita promessa che era calata tra i nostri corpi dopo le sue parole, nulla tra di noi si affrettò eccessivamente, ma i contatti tra noi si mantennero dolci e calmi come lo erano sempre stati, sin dalla prima volta.
Ci sorridevamo al sentire quei sospiri che sapevano l’uno della bocca dell’altro, ci stringevamo, prendendoci il nostro tempo per studiare i reciproci cambi di espressione, illuminati dalla luce rossastra del tramonto che filtrava attraverso le tende chiare.
In quel momento mi sentivo solo un ragazzo senza passato, un uomo innamorato che si beava della passione colta esattamente dalle labbra del suo amante, solamente Saga, un ragazzino troppo romantico perso in quegli occhi così neri, che non cessavano un solo istante di guardarmi.
Non ci sarebbe stato nulla di nuovo, per me, in quello che stavamo per fare, me lo ripetevo tra i nostri baci rendendomi conto che il cuore mi batteva sempre più forte, mi ripetevo che quello ero solo io, e lui era solo Nao, e che i nostri corpi avevano sempre trovato il modo di mettersi in contatto senza che tra noi calasse l'imbarazzo.
Le sue labbra scendevano sul mio collo così dolcemente che in me nacquero nuovamente più emozioni contrastanti, la fiducia totale, la paura, l'eccitazione, e l'incredibile sensazione di essere semplicemente un corpo bianco, intoccato e prezioso, tra le sue braccia.
Ci guardavamo negli occhi io e Nao, sorridendo e ridendo, le nostre labbra talmente vicine da respirare l'uno l'aria dell'altro, le nostre parole troppo confuse per non naufragare in qualche bacio in più, dopotutto, non c'era davvero bisogno di parlare.
E mi ripetevo anche questo, non ci sarà bisogno di parlare, mentre le mani calde di Nao delicatamente facevano in modo che le nostre maglie si facessero da parte, tornando a correre su quei percorsi studiati per moltissime notti sul mio petto.
E nonostante mi ripetessi tutto questo, in me cresceva quell'altro sentimento, cresceva sino a sovrastare le altre tenere emozioni che sbocciavano ad ogni bacio di Nao sulla mia pelle, cresceva sino a farle scomparire, sfocate dietro una patina ceca di paura.
Paura di capire che il sesso poteva essere un'esperienza incredibile, piena di sentimento, paura di sentirmi ancora di più una puttana senza emozioni dopo aver provato qualcosa di così travolgente, paura che lui si accorgesse che non ero il ragazzino dolce e ingenuo che aveva accolto tra le sue braccia.
Paura di perdere Nao, il mio Nao, il mio ragazzo - e il mio cuore batteva così forte al solo nominarlo in questo modo - il mio eroe.
Paura che l'eccitazione incredibile del contatto umido della sua lingua sotto il mio ombelico mi facesse perdere la testa, paura che se avessi perso il controllo avrei potuto spaventarlo con la mia indubbia esperienza, paura di troppe cose.
"Nao..."
Lo chiamai piano, rendendomi conto con una fitta al cuore che se non avessi aggiunto altro, quella sarebbe sembrata una semplice incitazione, un invito a continuare, una richiesta di un bacio.
Se non avessi aggiunto altro, sarei stato ancora in tempo a lasciarmi andare e basta, a godermi il momento senza dover necessariamente versare ulteriori lacrime, a cedere a desideri che ormai avevo accettato di avere, nonostante ancora non riuscissi a scovare le differenze tra il sesso e l'amore nascoste in quella zona buia dell'educazione ai sentimenti che non avevo mai ricevuto.
"Nao... Aspetta..."
E forse il non aver ricevuto alcuna educazione ai rapporti sentimentali mi indusse a rompere il nostro momento perfetto, proprio quando le mie dita erano tra i suoi capelli, le sue labbra sul mio petto, le sue mani sulle mie gambe, ad accarezzarle in un lentissimo movimento, rilassandomi completamente.
Lui non forzò nulla dei nostri gesti, risalì verso di me dolcemente, prendendosi il tempo per fare in modo che il mio corpo trovasse la propria strada stretto tra le sue braccia, un bacio al lato della mia bocca, il suo sorriso.
"Cosa c'è?"
La sua voce così dolce mi fece pentire ancora una volta di averlo fermato, il suo sguardo così comprensivo, sono tutti come lui gli uomini innamorati?
Un altro bacio, questa volta sulle mie labbra, non passionale ed invasivo come quelli di poco prima, ma affezionato, intimo.
"Saga, se è troppo presto, lo capisco e... scusami..."
Abbassò appena gli occhi, come se ci fosse qualcosa di cui lui dovesse vergognarsi, era possibile?
Possibile si vergognasse di ciò che mi aveva appena chiesto, di quella piccola frase, di quelle parole scelte che mi avevano stretto il cuore in un piacevolissimo abbraccio caldo?
Mi morsi le labbra e ricercai una spiegazione tra tutti i suoi gesti, che non erano stati segnati dalla fretta nemmeno una volta da quelle parole, non sarebbe comunque stato possibile che pensasse che io fossi offeso da una sua improbabile irruenza.
Insinuai ancora una volta le dita tra i suoi capelli scuri, con un bacio gli ho strappato un sorriso dolce, la nostra pelle nuda sembrava fondersi in quell'abbraccio così stretto.
Il suo cuore batteva forte quanto il mio, potevo percepirlo a contatto con il mio petto nudo.
In verità, volevo solo un ultimo dolcissimo bacio, che mi presi senza aspettare oltre, indugiando a lungo sulle sue labbra prima di permettergli di andare più a fondo, abbandonandomi completamente a lui.
Lo rilasciai, lo guardai, specchiandomi in quegli occhi nerissimi in cui mi sembrava di perdermi ogni volta.
"Voglio solo dirti delle cose..."
Sussurrai ad un soffio dalle sue labbra, un sorriso falso a tranquillizzarlo, mentre dentro mi sentivo morire, ed abbassai lo sguardo.
- In verità, voglio dirti un sacco di cose, Nao.
Vorrei cercare di spiegarti com'ero prima di incontrare te, vorrei cercare di farti capire la solitudine incredibile che mi avvolgeva sempre, giorno e notte, soprattutto la notte, anche se non me ne accorgevo.
Non me ne accorgevo perché non sapevo che da qualche parte nel mondo, nel Giappone, nella mia città, ci fosse una persona come te, con un abbraccio così caldo.
Ed allora mi sentivo solamente un po' triste, un po' vuoto, a chiedermi com'era la vita di tutta quella gente che non era come me.
Ora lo so, ed è una delle cose per cui vorrei ringraziarti.
E poi... io non parlavo mai, lo sai, Nao?
Non facevo nemmeno le domande, anche se ti sembrerà un po' strano, visto che è da pochi giorni dopo il nostro incontro che ti riempio di domande, curioso di tutto ciò che possa riguardare la tua vita.
Probabilmente è merito del tuo sorriso.
Hai un bellissimo sorriso, ma questo te lo avranno già detto in così tanti che mi gira la testa e mi sento gelare qualcosa dentro al solo pensarlo.
Hai un sorriso dolce, che ispira fiducia, una risata allegra, da persona totalmente felice della propria vita.
E quindi volevo sapere da te cosa vuol dire avere una bella vita, volevo, come si dice? Brillare di luce riflessa, della tua luce.
Ma più domande ti facevo, più la tua vita mi sembrava difficile, come quella di chiunque altro, e mi era impossibile credere che una persona come te non avesse veri amici, leali.
Non è vero che i soldi comprano tutto, quindi.
I soldi comprano troppo, a volte, anche gli amici, che non dovrebbero essere in vendita.
E più venivo a scoprire di tutti i piccoli particolari bui della tua vita, più mi piacevi, più mi chiedevo come facesse ad essere il tuo sorriso così bello nonostante fossi cresciuto nella teca di cristallo dedicata ai figli di famiglie ricche.
Ho imparato che tutte le persone hanno problemi, anche quelle che invidiavo per strada dalla finestra di casa mia, ed anche di questo ti devo ringraziare.
E soprattutto ho imparato che è possibile imparare a sorridere anche se la nostra vita non è delle migliori, guardando il tuo sorriso, ascoltando le tue parole, accogliendo le tue carezze.
Mi sentivo un gattino randagio accolto in una casa calda, tra le tue braccia, ma non capivo che probabilmente mi stavo solo innamorando di te.
Sì, Nao, l'ho detto.
Non pensavi che ne avrei avuto il coraggio?
L'ho avuto. Sono innamorato di te.
Non mi piaci e basta, è qualcosa di più, è qualcosa che io non capisco, perché vedi, è la prima volta che provo una cosa simile per qualcuno.
E' la prima volta che ho la possibilità di avere un rapporto simile con qualcuno, di parlare, di provare il desiderio di raccontargli tutta la mia vita, anche se me ne vergogno.
Ti ho raccontato qualcosa di me, ieri sera.
Erano poche cose, era l'assenza della mia famiglia nella mia vita, era la figura di un padre che non è stato in grado di darmi nulla.
Questa cosa è importante.
No, non pensare a mia madre, che non vedo da secoli, nemmeno al suo compagno.
Io non biasimo mia madre per avermi abbandonato, tante donne l'avrebbero fatto, sai, Nao, certe vergogne sono semplicemente troppo grandi da sopportare, a volte è molto meglio dimenticare, o fingere che non sia mai esistito.
Dicevo, di mio padre. Lui non è mai stato in grado di darmi niente, mi ha tolto, invece.
Mi ha tolto tutto, mi ha tolto la mia adolescenza, le mie prime esperienze, la possibilità di creare un rapporto normale con i miei coetanei.
No, non capire male, mio padre non abusava di me.
Lui non mi ha mai toccato con un dito, non in quel senso, piuttosto gli facevo schifo.
Mi picchiava, questo sì.
Diceva di aver avuto due figlie femmine, e per questo mi odiava, perché non ero in grado di correre veloce come gli altri bambini, perché piangevo se mi sbucciavo un ginocchio, perché la mia pelle è bianchissima e le mie labbra sono rosse.
Forse sono davvero nato del sesso sbagliato, Nao, ma sono sicuro che a me e te va bene così.
Comunque, mio padre, pur senza sfiorarmi con un dito, mi ha tolto tutta la mia adolescenza.
Lui era un tossicodipendente, uno spacciatore ridotto in rovina, abbandonato da sua madre e sua figlia maggiore, temuto da suo figlio, odiato da chiunque.
Era senza un soldo, e in astinenza.
Un ragazzo in astinenza da droga si sente male, ed è una cosa che non auguro mai di vedere a nessuno, un ragazzo in astinenza.
Ma un uomo di mezza età, dipendente da quella roba per due terzi della sua vita, lo puoi immaginare quanto sta male quando è in astinenza?
Mio padre ha cominciato ad accumulare debiti. Ad accumularne moltissimi, prima per la sua dose giornaliera, poi per comprarne di più, per ricominciare a spacciare.
Ricominciando a spacciare, ogni tanto aveva bisogno di pagare la cauzione di quando lo beccava la polizia, altri debiti.
O, e non viveva solo di droga, anche se gli sarebbe piaciuto.
Doveva mangiare, pagare l'affitto, gli alimenti a mia madre.
I debiti erano moltissimi, erano troppi, alla resa dei conti non volle pagare, non aveva di che pagare probabilmente.
Ha aggredito l'uomo che gli aveva prestato i soldi, lo strozzino insomma, è stato picchiato dai suoi sottoposti, sono accorsi i suoi amici spacciatori, è scoppiata una rissa, la polizia li ha beccati, sbattuti in prigione.
Lui è lì ora, te l'ho detto.
E io non sono mai andato da lui, non avevo tempo.
Ero troppo occupato a recuperare i soldi che servivano per pagare i suoi debiti.
Perché l’ho fatto, mi chiedi?
Nao, tu avresti lasciato che tuo padre venisse torturato in prigione dai sottoposti di uno strozzino ogni santo giorno, se avessi potuto alleviargli i dolori che comunque avrebbe subito da coloro che erano finiti in prigione per colpa sua?
No, non fare lo spavaldo, so che non l’avresti fatto.
Così, ho cominciato a lavorare per pagare i suoi debiti.
Non è stato immediato il mio declino, quell’uomo mi ha lasciato possibilità di scegliere il modo per fare soldi, nonostante fosse stato molto esplicito nel consigliarmi qualcosa.
Ma ero giovane, giovanissimo, ero ignorante, e debiti di anni non si sarebbero estinti con lavoretti part-time come quelli che fanno gli studenti, per avere qualche soldo per comprare i cd.
Io non ho mai comprato un cd, i soldi mi servivano per vivere, e per permettere a mio padre di continuare a vivere.
Prima o dopo sarebbe uscito di prigione, e allora sarebbe stato lui a lavorare per estinguere i propri debiti.
Ho deciso di seguire il consiglio di quell’uomo, lo strozzino.
Non è stata proprio una decisione spontanea in verità, ma quante delle decisioni che vengono prese a quindici anni sono decisioni spontanee?
I miei coetanei venivano pilotati sulla scelta della scuola, io venni picchiato invece, non esattamente un patteggiamento pacifico.
Non avevo scelta, Nao, tu lo capisci, vero?
Ora che te lo dico, chiudo gli occhi e mi viene da piangere, già immagino la tua reazione, ricordo la reazione delle persone, che mi passavano davanti quando ero per strada, la sera tardi.
Loro bellissimi nelle loro auto lussuose, tornavano da ristoranti o andavano verso qualche locale notturno la cui nottata costava più degli abiti che avevo addosso, mi passavano lo sguardo addosso.
Pietà, ma nessuno ha mai fatto niente per me.
Tu proverai pietà per me, probabilmente, ma non è questo il tipo di sentimento che voglio da te.
Hai già capito cosa ero ridotto a fare, vero?
Non c’è bisogno che io lo dica. Non mi piace quella parola, è una parola brutta, è sporca, è il modo in cui mi chiamava lo strozzino quando veniva nel mio piccolo appartamento a prendermi i soldi, mi guardava e rideva, “Ciao, puttanella”.
Una volta mi ha anche obbligato ad andare con lui.
Ero stato male, non avevo guadagnato abbastanza soldi, non sarei riuscito a pagare l’affitto se lui avesse preteso la solita cifra da me, e allora… “o ti lasci fottere o vieni sbattuto fuori casa, puttanella”.
Piangevo così tanto in quelle notti, Nao.
Piangevo sempre, nonostante non me ne rendessi conto, nonostante a volte non versassi nemmeno una lacrima, ma urlassi, dentro di me, faceva molto più male il cuore del mio corpo.
Poi sei arrivato tu, e mi hai salvato.
Eri bellissimo quella sera, io non ero svenuto, lo sai, Nao?
Avevo finto di svenire, lo facevo sempre, quando venivo picchiato perché non riuscivo a guadagnare abbastanza soldi.
Se mi fingevo svenuto, si ritenevano soddisfatti prima, e mi lasciavano stare.
Così, quando mi hai preso tra le braccia, portandomi nella tua macchina, io ho sentito un calore incredibile avvolgermi, mi sono reso conto che non avrei più dovuto avere paura, con te.
Non volevo dirti nulla del mio passato perché temevo che non avresti capito, non volevo dirti che prima di te ero stato toccato da tantissimi uomini, che non sapevano il mio nome, dei quali non sapevo nulla.
Mi piace quando mi tocchi, mi sento qualcosa di prezioso sotto le tue mani, mi dimentico del mio passato, ed è una sensazione stupenda.
È una sensazione talmente bella che avevo paura di sentire nei tuoi tocchi la tua consapevolezza del mio passato da puttana, se mai avessi deciso di continuare a tenermi con te.
E, nonostante tutto, questa era la più ottimista delle ipotesi, il solo pensiero che tu avresti comunque voluto tenermi con te mi scaldava, se ricordavo le nostre notti dolcissime.
Ma ero sicuro, Nao, e dio, sono sicuro ancora adesso, che quando avrò finito non vorrai più vedermi.
Che ti farà schifo toccarmi, che ti farà schifo toccare questo corpo abusato da chiunque, questo corpo che vendevo per soldi, questo corpo che non sa cosa voglia dire avere un rapporto sessuale desiderato.
E quello che mi hai dato tu, era il nostro primo bacio, te ne eri accorto, vero?
Te ne eri accorto e l’ho capito, da come mi hai sempre trattato, dalla calma con cui hai spostato pian piano i limiti della nostra passione ogni notte, e lo adoravo, lo giuro, adoravo rimanere ore tra le tue braccia semplicemente a farmi accarezzare da te.
Nemmeno mia madre mi coccolava, sino a che non ha trovato il coraggio di andarsene, lei era succube di mio padre, non si sarebbe mai messa contro di lui toccando il figlio che lui non voleva.
Mia madre ignorava la mia esistenza, come mia sorella maggiore, per paura che mio padre alzasse le mani anche su di loro.
Ho sempre avuto paura del contatto umano, Nao.
Sino a quella notte, che, come ti ho detto, non ero affatto svenuto.
Non ero svenuto durante il viaggio in macchina, avevo gli occhi socchiusi puntati sulle tue mani strette al volante, eri nervoso? Erano così strette che le nocche erano diventate bianche.
Ero cosciente quando mi hai preso tra le braccia, portandomi nel tuo appartamento e adagiandomi su questo stesso futon, dove ora siamo abbracciati stretti, talmente tanto che ormai il mio corpo ha l’odore della tua pelle.
Ero sveglio quando mi pulivi le ferite, bendandole dolcemente, quando sei rimasto sveglio a guardarmi, accanto a me.
Sì, i miei occhi erano chiusi, quindi non potevo sapere che mi stavi guardando, ma percepivo benissimo la tua presenza accanto a me, la tua mano a mezz’aria che esitava a pulirmi il viso dal sangue, e dopo, quando ho aperto gli occhi e ti ho guardato, l’ho fatto solo perché ancora non ero riuscito a studiare il tuo viso.
Sei così bello, Nao.
Sei così bello eppure castighi il tuo corpo, obbligandoti a vederti brutto e impacciato, quando io potrei passare tutta la mia vita semplicemente a guardare il tuo viso.
E l’ho fatto, Nao, tante volte.
Quando venivo in sala prove con te, dal pomeriggio dopo il nostro primo bacio, non facevo che guardarti suonare, per me gli altri ragazzi nemmeno esistevano.
Ero chiuso nel nostro mondo perfetto, tutto il giorno ripercorrevo teneramente quello che era successo la notte prima tra noi, i nostri baci e le nostre carezze, le parole che sussurravi sulle mie labbra.
Ero stranito dal fatto che le tue semplici carezze mi sembrassero molto più erotiche di tutte le notti che avevo passato sotto qualche uomo sconosciuto.
Le tue dita che si insinuavano sotto la mia maglietta prima di sfilarmela, le tue labbra sul mio collo, la tua lingua sul mio pomo d’Adamo, le tue parole dolci quando mi dicevi che per te ero la cosa più bella del mondo.
È stato in quel momento, che ho cominciato a sentirmi davvero bello, lo sai?
Se tu ci tenevi a me, voleva dire che in me vedevi qualcosa di buono, qualcosa che mi sforzavo di trovare anche io, nel vano tentativo di accettare questo corpo che odio.
E poi è arrivato quel ragazzo, Makoto.
Lui mi conosceva, lui era uno di quelli che erano venuti da me tante volte, quando si sentivano soli o tristi, e cercavano compagnia per una notte.
Non voleva parlare, ovviamente, non cercava quel tipo di compagnia.
Lui si sentiva più leggero, dopo una scopata, mi lanciava addosso qualche banconota quando ancora ero steso sulla pancia, cercando di asciugare le mie lacrime nelle lenzuola sporche di qualche motel, andandosene senza nemmeno salutarmi.
Quel pomeriggio cercava solo ciò che aveva avuto in passato, o forse cercava qualcosa di più, dopo essersi reso conto che era possibile averlo, anche da me.
Ci aveva visto tenerci per mano, Nao.
Ci aveva visto scambiarci qualche bacio prima di salire in macchina, aveva visto la tenerezza nel tuo sguardo, aveva visto il mio sorriso quando ero con te.
Nessuno ha mai visto il mio sorriso, a parte te, questo lo sai vero?
E lui ha rovinato tutto, cercando di comprare il corpo che avevo smesso di vendere, il corpo che era diventato solo tuo.
Ha rovinato il nostro equilibrio perfetto, ha instillato in te il dubbio nei miei confronti, me ne sono accorto.
Ieri sera eri così distante da me, eri perso a raccogliere i frammenti di conversazione tra me e quel ragazzo, cercando di tirare le fila dei misteri che non avevo mai sciolto, eludendo tutte le tue domande.
Non eluderò mai più le tue domande, d’ora in poi, te lo prometto.
L’ho promesso a me stesso nel momento in cui ti ho detto il mio vero nome, non volevo più fingere, volevo che tu sapessi tutto di me, prima di saperlo da altri.
Ma ti ho mentito comunque.
Ti ho mentito quando mi hai chiesto chi mi aveva dato il soprannome, lo ricordo bene.
Aveva quarantacinque anni, gli altri ragazzi del mio quartiere dicevano fosse un uomo affascinante, ma io lo odiavo.
Lo odiavo perché mi faceva sempre male, a lui piaceva farmi male.
Mi chiamò Saga per il colore dei miei capelli, color sabbia, e dopo qualche volta che si rivolgeva così a me davanti agli altri, che non mi avevano mai chiamato in nessun modo, si diffuse in fretta.
Era un nomignolo che odiavo, Nao.
Mi chiamavano così gli uomini che volevano soldi da me, mi chiamavano così i poveretti che si guadagnavano da vivere facendo il mio stesso lavoro, mi chiamavano così, sprezzanti, i sottoposti dello strozzino, salutandomi dopo che mi avevano picchiato, quando si allontanavano, ridendo.
Ma, sulle tue labbra, ha assunto un altro significato.
Ha un suono dolcissimo, quando sei tu a chiamarmi così, ha un suono dolcissimo quando mi chiami semplicemente per la cena, immagina quanto lo è stato quando l’hai sussurrato ad un soffio dalle mie labbra, toccandomi nello stesso modo in cui io toccavo te, al culmine del piacere.
E delle mie emozioni contrastanti, Nao, ti ho parlato delle mie emozioni contrastanti?
Come la consapevolezza che se tu avessi amato il mio corpo solo una volta, non l’avrei più odiato così tanto, ma la strana sensazione che io non avrei mai saputo distinguere l’amore dal sesso, e l’avere un rapporto con te avrebbe macchiato il sentimento che ho maturato per te in queste settimane.
Come la voglia incredibile di farti sapere tutto del mio passato, tutto di me, e quanto mi piacerebbe se tu sapessi ogni minuscolo particolare della mia vita.
Ma ho paura, Nao, ho una paura incredibile.
Ho paura che adesso, quando alzerò lo sguardo, i tuoi splendidi occhi neri, quelli che amo così tanto, saranno freddi, che l’abbraccio caldo nel quale sono avvolto si scioglierà, ed io non avrò mai più indietro il mio Nao. –
Lo guardai dopo quella che mi sembrò un’eternità, la gola secca dall’ansia che mi toglieva il respiro, brividi di freddo nonostante fossi ancora stretto tra le sue braccia forti, la sua pelle calda attaccata alla mia.
“Nao…”
Lui non parlava, semplicemente mi guardava, in attesa che dicessi qualcosa, qualunque cosa.
“Sono una puttana.”