
MUGEN NO HANA – UN FIORE
A quell’epoca, non ero nulla più che un vagabondo, senza motivi e senza legami.
A parte lei, unico amore e unico legame, l’unica cosa che abbia mai avuto importanza per me, la mia musica.
Lei mi spingeva a continuare, lei mi dava un motivo per alzarmi alla mattina, e sapevo che un giorno sarebbe stata lei a dare un senso alla mia vita.
E così è stato, in un certo senso.
Suonavo il basso, mi piaceva il suono caldo e sensuale di quello strumento, e mi piaceva il fatto che, a notte fonda, potevo suonarlo fino a farmi sanguinare le dita, se non avessi attaccato l’amplificatore, i vicini di casa nemmeno l’avrebbero sentito.
La mia passione era diretta altrove, in verità, ma ancora non avevo trovato un gruppo che mi piacesse e che avesse bisogno di un batterista, quindi mi accontentavo di suonare il basso.
Stavo bene, andavo dove volevo, sono di famiglia ricca ed i soldi non sono mai stati un problema per me.
Vivevo da solo in una casa enorme di cui non avevo pagato nemmeno un centesimo, non avevo bisogno di lavorare e non lo facevo, mi limitavo a suonare, e ad inseguire i miei sogni con l’innocenza di un bambino.
Avevo tutto, ma a volte era come se non avessi niente.
Mi sorprendevo, di tanto in tanto, a lasciare che le note scorressero su di me, mentre pensavo a cos’era, che mi mancava così tanto.
Potevo sentire la mancanza di qualcosa che credevo di non aver mai avuto?
Forse, nel momento in cui l’avessi trovato, avrei detto a me stesso “ehi, era questo ciò che mi mancava”?
Quante sciocchezze.
Non ero, non ero mai stato il tipo da imbottirmi la testa con simili sentimentalismi.
Sono sempre stato semplice, vivevo la vita così come mi arrivava addosso, senza pormi quesiti di sorta.
Ogni tanto, però, questi pensieri mi attraversavano la mente, elettrizzandomi per un momento per poi abbandonarmi nuovamente, lasciandomi così, confuso.
Quella, era solo una sera come tante altre, casualmente la sera del mio ventiduesimo compleanno.
Avevo bevuto molto con i miei amici, amici di sempre o amici per una notte e poi mai più, dicono che i soldi non possono comprare tutto, ma non è vero.
Guidavo una macchina troppo bella per un ragazzo così giovane, la guidavo male, la mia poca pratica associata ai bicchieri di troppo, ma i soldi di papà avrebbero comprato anche la mia innocenza se fosse successo qualcosa, anche se una cosa simile mi avrebbe disgustato.
Ero fermo al semaforo, le strade attraversate dalla brezza fresca di una notte di primavera erano praticamente deserte. Quasi.
In un angolo, tre uomini contro uno, che non sembrava che un ragazzino, magro, rannicchiato in un angolo contro il muro, in silenzio.
I tre erano piuttosto grossi, lo prendevano a calci, per smorzare ogni possibile tentativo di fuga del ragazzino, che comunque rimaneva immobile, quasi… rassegnato.
Li guardavo terrorizzato, piegarsi su quel ragazzino e spogliare il suo corpo magro, violandolo come se nulla fosse.
Terrorizzato, la sbornia colossale alla quale ero convinto sarei andato in contro era sparita tutto ad un tratto, ipnotizzato da quella scena violenta e triviale.
Rimasi fermo, le mani sul volante della mia macchina costosa, gli occhi spalancati puntati verso la violenza su un ragazzino di strada, due realtà che si incrociano, così.
Rimasi fermo, per solo pochi secondi, che mi parvero un’eternità, prima di convincere il mio corpo ad alzarsi, uscendo dalla macchina e correndo, dritto incontro a quell’inferno.
Cosa potevo fare?
Ero molto più piccolo di quei tre, anche se suonavo la batteria non ero di certo molto forte, mi avrebbero fatto a pezzi.
Eppure correvo, spinto da un qualche dovere sociale, o forse qualcosa di più profondo, non lo so.
“Ho chiamato la polizia! Stanno arrivando!”
Una bugia, che sembrò sortire l’effetto desiderato, perché i tre lasciarono il ragazzino a terra e, con un ultimo calcio dritto alla bocca del suo stomaco ed un “ti pentirai di non esserti fatto i cazzi tuoi, moccioso” a me, scapparono.
Ottimo.
Solo dopo mi venne in mente che la polizia avrei potuto chiamarla davvero, ma ormai era tardi.
Dovevo portare via quel ragazzino, o sarebbero tornati, e avrebbero massacrato lui e me.
Quando mi avvicinai a lui, chinandomi sull’asfalto macchiato di sangue ormai vecchio e sangue nuovo, lo guardai, a lungo.
Non mi sbagliavo, sembrava molto giovane, probabilmente più di me.
Aveva perso conoscenza, lacrime e trucco scuro erano mischiati insieme, rigandogli le guance bianche scendendo dai suoi occhi chiusi.
Il labbro gli sanguinava molto ed aveva un livido violaceo sotto l’occhio sinistro, anche i gomiti erano insanguinati, forse aveva qualcosa di rotto.
Eppure, sotto a tutto questo, potevo vedere una bellezza delicata e incredibile, quella bellezza che io ho sempre sognato di avere.
La piega delle sue labbra rotte da mani crudeli era gentile, carica di dolore, ma gentile.
Velocemente mi alzai, correndo ad aprire la portiera della mia macchina, per poi tornare da lui.
Sì, nel momento in cui avevo scorto il suo viso, avevo deciso che non l’avrei affidato ad un’ambulanza, a medici senza volto, per poi non saperne mai più nulla.
Sarei stato io, io stesso a prendermene cura, una cosa che non avevo mai fatto prima.
Lo sentivo fragile e leggero tra le mie braccia, mentre forzavo sulle mie gambe per sollevarlo, lo stringevo a me, ma avevo il terrore che le sue ossa sottili fossero in briciole per la violenza subita.
Lo stesi sul sedile accanto a quello del guidatore, con delicatezza.
Forse era ancora incosciente, ma una delle sue mani stringeva nel pugno un lembo della stoffa leggera della mia maglia.
Sorrisi, scostandogli la mano, tenendola per qualche istante nella mia, sentendo il suo calore ancora persistente.
Mi stupii di quanto fossero belle e curate le sue mani, per essere quelle di un ragazzo di strada.
Portava qualche anello, così come un ciondolo al collo, bigiotteria scadente, ma tenuta in perfetto stato, da risultare simile a quella di ottima qualità, a occhio poco esperto.
Chiusi la portiera, andando a sedermi accanto a lui e partendo veloce verso casa mia, con la mente stranamente lucida, come inebriato da miliardi di sensazioni nuove.
A notte fonda si intravedeva la mia figura poco aggraziata – movimenti appannati dall’alcool, o forse dalla paura che ancora non mi era passata – correre ad aprire la porta di casa, spalancandola.
Di nuovo quel ragazzo tra le mie braccia, così magro e fragile, di nuovo stringeva un lembo della mia stoffa tra le dita affusolate e sottili, mentre chiudevo la porta di casa con un calcio.
Lo portai in camera mia, stringendolo a me, mi sembrava un bambino per come, inconsciamente, ricercava il mio calore, la mia sicurezza.
Era la prima volta che mi sentivo in quel modo.
Ma quando lo adagiai lentamente sul mio futon, mi resi conto che non era un bambino, che la sua pelle arrossata denotava ormai troppi inverni passati al freddo.
Non voglio che tu abbia freddo, non più.
Sentivo qualcosa, dentro, inspiegabilmente.
Inconsciamente, avevo già cominciato ad avere bisogno di lui.
Osservai tutta la sua figura, era molto magro, e nella fretta di portarlo via dalla strada non mi ero accorto del fatto che fosse ancora mezzo svestito.
Quando le mie mani scesero sui suoi jeans, per rivestirlo come potevo, arrossii, istintivamente, non volevo che pensasse che ero stato io a fargli qualcosa.
I segni scuri erano ancora più evidenti sulla sua pelle chiara, erano un particolare stranamente, morbosamente attraente, per me.
A fatica mi distaccai da quella vista, cercando una coperta ed avvolgendolo, delicatamente.
Fortuna volle che in quell’enorme casa ci fosse un bagno privato da cui si poteva accedere solo dalla stanza, perché andai a prendere delle bende ed un catino d’acqua senza perdere di vista il ragazzo.
Le mie mani non erano mai state così delicate.
Non mi ero mai preso cura di qualcuno, ma mi venne naturale, bagnare appena le bende d’acqua e pulirgli il viso dalla polvere e dalle ferite, con delicatezza.
L’acqua tiepida rivelava la sua pelle chiarissima, schiuse le labbra quando gli passai la stoffa bagnata sulla bocca, e io arrossii, ancora, inspiegabilmente.
Sentii il suo respiro rilassarsi e farsi più calmo, forse gli piaceva la sensazione della stoffa bagnata sulla sua pelle, quei graffi dovevano bruciare parecchio.
Guardai per un istante il livido sotto il suo occhio sinistro, forse sarebbe stato il caso di metterci sopra qualche crema, non volevo che si gonfiasse rovinando il suo bel viso, e soprattutto non volevo che gli facesse male.
Il problema è che assolutamente non avevo idea di quale crema avrei dovuto mettergli.
Non mi ero mai fatto male, in tutta la mia vita.
Probabilmente perché i miei genitori non mi lasciavano uscire a giocare.
Mi ricordo ancora, di come guardavo i bambini fuori, con le manine premute contro il vetro, sognando, un giorno, di potermi sbucciare anche io le ginocchia come un qualunque ragazzino di quell’età.
Sorridevo mentre gli lavavo il viso dal sangue, sedendomi sul futon accanto a lui e ascoltandolo respirare piano, senza svegliarsi.
Spostai la coperta, lentamente, cominciando a tamponargli le ferite su un braccio.
Non si mosse, rimase immobile, con gli occhi chiusi ed il respiro calmo, mentre lentamente gli fasciavo l’avambraccio, per poi passare a disinfettargli la ferita sull’altra spalla.
Una volta finito di lavare le sue ferite, lo riavvolsi nella coperta, alzandomi solo quella che mi parve un’eternità dopo.
Mi ero perso, questa è la verità, mi ero perso nel guardare quel viso calmo, e al chiedermi cosa avesse fatto di male per meritare una violenza simile.
Andai nel bagno a posare le bende e a rovesciare l’acqua, quando tornai, però lui era sveglio.
Era sveglio, due grandi occhi castano scuro mi osservavano, spaventati.
Era rannicchiato in un angolo del futon, si stringeva addosso la coperta, in silenzio.
Guardava me, poi posava lo sguardo sulle sue ferite bendate, poi ancora me.
Gli sorrisi.
“Come ti senti?”
Nessuna risposta.
Mossi un passo verso di lui, lentamente, mi comportavo come mi sarei comportato alla presenza di un gattino randagio, non di un ragazzo malmenato e violentato.
“Puoi… farti un bagno, se vuoi. Caldo. Ti lascio degli asciugamani, vestiti, e…”
Mossi un altro passo, avvicinandomi, forse troppo, perché lui si premette ancora di più la coperta addosso, facendosi piccolo piccolo, come se cercasse di nascondersi.
“Non voglio farti male. Davvero.”
Gli sorrisi ancora, un po’ debolmente forse, ma la cosa non sembrò rassicurarlo.
Decisi di non avvicinarmi di più, ma di rimanere a distanza, ancora per un po’.
“Io… il bagno è quello. Ti lascio dei vestiti e… io sono… qua fuori. Se hai bisogno… ecco, chiama.”
Mi voltai, cercando qualche vestito che potesse andargli bene, sembrava così magro.
Gli lasciai qualche vestito su una sedia, guardandolo, ancora una volta.
Sembrava proprio un gatto randagio, i suoi occhi castani puntati su di me, quel suo sguardo profondo seguiva attentamente ogni mio movimento.
“Io sono Naoyuki. Naoyuki Murai.”
Gli sorrisi ancora, ed i nostri occhi si incollarono, per un momento.
“Saga.”
Aveva una bella voce, profonda.
Mi disse solo quello, che immaginai essere solo un nomignolo, ed io uscii dalla stanza, dopo l’ennesimo sorriso, chiudendo la porta dietro di me, lasciandolo solo.