
MUGEN NO HANA – DUE FIORI
Mi svegliai quella mattina, senza avere il sentore di quando mi fossi addormentato.
Avrei voluto rimanere sveglio, tutta la notte, annegando nel ricordo dei miei peccati, venuti a galla per una semplice sete di denaro portata dalla vista di una grande povertà.
Ero molto giovane, ma già mi sentivo addosso il peso di una vita consumata dalla strada, scelta per aiutare me stesso e la mia famiglia, e mantenuta per abitudine, anche quando la mia stessa famiglia, ingrata, mi voltò le spalle, lasciandomi solo su un marciapiede.
Per tutta la notte mi ero chiesto se ci fosse al mondo un posto per me che non comprendesse il marciapiede, mi chiedevo perché ormai ero così consumato che la violenza, e il dolore, mi sembrassero parte della routine, tanto da non stupirmi più.
Mi chiedevo come qualcuno avesse potuto guardarmi in volto senza provare ribrezzo al solo toccarmi, al solo toccare un corpo abusato da tutti e accarezzato da nessuno.
Come qualcuno avesse potuto accettare di raccogliermi, e prendersi cura di me.
Con quello stesso pensiero, consolante e assordante contemporaneamente, mi addormentai e mi risvegliai, quelle che mi parvero solo poche ore dopo.
Aprii gli occhi a quei pochi raggi che filtravano attraverso le tende, ero ancora avvolto tra le coperte che ieri sera mi aveva dato quel ragazzo… Naoyuki.
Sentii un piccolo rumore dietro di me e cercai di girarmi, ma l’unico risultato fu una fitta improvvisa di dolore al fianco, ed un lamentio strozzato.
“Non ti muovere… fermo, se no ti fai male.”
Una voce gentile proveniva dalla mia destra, ed una mano sulla mia spalla mi fece rimanere sdraiato.
Solo quando riuscii ad abituare i miei occhi alla flebile luce mattutina, potei notare quel ragazzo accanto a me, tamponarmi delicatamente una ferita, per poi cambiarmi le bende.
Rimasi a guardarlo quasi come si guarda un sogno, un qualcosa di cui non è ben certa l’esistenza.
Non ero ancora certo di essere in un appartamento, pulito e luminoso, enorme, avvolto tra coperte che avevano un buon odore, con un ragazzo accanto a me che mi puliva le ferite della notte prima.
La notte prima, solo quella era reale.
La violenza, il dolore, gli schiaffi e gli insulti, e il mio corpo che veniva usato e abusato ancora e ancora, quella era la mia realtà.
Posai i miei occhi su quel ragazzo, che mi sorrise, bagnando un lembo di un pezzo di stoffa bianca per passarmelo su un sopracciglio, facendomi socchiudere gli occhi.
Mentre passava la stoffa bagnata sulla mia pelle, sentivo un sollievo, sebbene continuassi a chiedermi il motivo di quelle gentilezze.
Non ho mai ricevuto favori senza che gli altri avessero nulla in cambio, quindi cominciai ad aspettarmi che il mio salvatore mi chiedesse la sua ricompensa.
Sospirai, e il ragazzo mi sorrise di nuovo.
“Hai fame, non è vero, Saga?”
Ricordava il mio soprannome, datomi da uno dei miei amanti occasionali e pieni di soldi, moltissimi anni prima, tanto che ogni tanto mi sentivo come se avessi dimenticato il mio vero nome.
Uno dei kanji che componeva quella parola aveva il significato di “sabbia”, e mi venne attribuito perché i miei capelli erano del colore della sabbia, all’epoca.
A nessuno è mai importato molto che io avessi un nome, comunque, non veniva mai usato.
Il ragazzo mi guardava ancora, posando le bende accanto a sé, rimanendo seduto vicino al futon.
Annuii lievemente, sì, avevo moltissima fame.
Mi fece un altro sorriso, alzandosi in piedi, sembrava un ragazzo davvero gentile.
“Bene! Ti porto qualcosa da mangiare. L’acqua è calda, se vuoi puoi farti un bagno… ti farebbe bene, credo.”
Annuii nuovamente, con un movimento meccanico.
La notte prima ignorai quella proposta, preferendo rimanere semplicemente stretto tra le coperte, in silenzio.
Ma quando quel ragazzo uscì dalla stanza, lentamente mi sollevai appena, per andare verso la porta che mi aveva indicato come quella del bagno.
Mi faceva male ovunque, mi sentivo come se le ossa dovessero sbriciolarsi ad ogni passo che muovevo.
Presi i vestiti che il ragazzo mi aveva lasciato su una sedia, entrando nel bagno.
Le piastrelle erano di ceramica bianca e azzurra, la vasca era circolare, bianca e grande, c’era persino l’idromassaggio.
Non ero abituato ad un lusso simile, certe cose le avevo viste solamente poche volte nella mia vita, le notti in cui diventavo la puttana di qualche ricco uomo d’affari che nascondeva la sua sessualità.
Lasciavo cadere per terra i miei vestiti sporchi di sangue, guardando nel grande specchio il mio corpo consumato dalla vita, il livido scuro sotto il mio occhio, i graffi sui fianchi e sulla pancia.
Immergendomi nell’acqua bollente sentivo scorrere via qualcosa, qualcosa dentro di me, il peccato, la mia vita prima di quella notte, la mia vita prima di quella violenza, la mia vita prima di Nao.
Non l’avevo capito, non ancora, non sapevo cosa sarebbe successo.
Il bagnoschiuma all’aroma dolce e stordente di crema bruciava appena sulle mie ferite, ma era quasi un sollievo, il dolore fisico aiuta a non pensare.
I suoi vestiti sapevano di buono, un profumo semplice di pulito era entrato nelle fibre della stoffa, tenni il volto nascosto tra quegli abiti a lungo, drogandomi con quell’essenza.
Era l’odore di una persona felice, l’odore di qualcuno che aveva avuto tutto, l’odore dell’affetto, un profumo familiare che mi ricordava i momenti in cui avevo ancora qualcuno che si prendeva cura di me.
Avrei voluto sorridere, al pensiero di come un ragazzo con una vita simile, perfetta, si fosse trovato tra le braccia uno come me, la cui vita non era più nemmeno degna di questo nome.
Avrei voluto sorridere se avessi trovato la cosa comica, avrei voluto sorridere se mi fossi ricordato ancora di come si faceva.
Era fredda, l’aria, quando aprii la porta del bagno, colpì il mio viso ancora umido e i miei capelli che lasciavano cadere piccole gocce sul mio collo.
Ai piedi del futon nel quale avevo dormito c’era un vassoio, quel ragazzo, Naoyuki, stava sistemando le coperte, allineando il piattino con i biscotti, aprendo le tende.
Aveva un piccolo sorriso dipinto in volto.
“Forse è meglio se torni a letto… hai preso delle botte piuttosto forti, ci metteranno un po’ a guarire…”
Annuii, avevo ancora voglia di sorridere, quel ragazzo ingenuo non sapeva nulla, nulla, di me.
Non sapeva che guarivo in fretta, non sapeva che quella era la mia routine, che quando su di me si riversava quella violenza ceca e senza remore a volte nemmeno sentivo più il dolore.
Mi sentivo a mio agio, stranamente, in presenza di qualcuno che non sapeva nulla del mio passato, non sapeva nulla del mio presente.
Avrebbe potuto pensare che fossi un ragazzo qualsiasi, colto dalla violenza causata dall’ebbrezza di qualche sconosciuto, ferito, preoccupato.
Non poteva sapere nulla della mia maschera di indifferenza a tutto ciò che concerneva la mia vita, per lui i miei silenzi, i miei sorrisi assenti, le mie lacrime assenti… erano solo paura.
Decisi di seguire il suo consiglio, decisi di rimanere ancora per un po’ solo un ignaro ragazzino vittima di una violenza gratuita e senza motivo, tornai tra le coperte, inerme quando me le aggiustava, un piccolissimo gesto che non mi veniva dedicato da molto.
Inerme quando mi avvicinò il vassoio, inerme ancora quando prese un asciugamano cominciando ad asciugarmi i capelli che ancora mi gocciolavano sulle spalle coperte dei suoi vestiti, lo osservai semplicemente, notando quel piccolo rossore, attraente.
Nessuno era mai arrossito nel toccarmi.
Forse tremavo leggermente, forse per il freddo, forse per i ricordi di fantasie su cose mai avvenute, ricordo solo di come lui se ne accorse, scostando l’asciugamano e allontanandosi da me, chinando il capo.
“Scusami… non dovevo…”
Avrei dovuto chiedergli di continuare, avrei dovuto dirgli che il suo contatto mi faceva, stranamente, sentire bene, ma dirlo a lui avrebbe significato ammetterlo a me stesso.
Ammettere che esisteva un tipo di contatto con qualcuno che mi faceva sentire bene…?
Impossibile.
Io aborrivo il contatto umano, lo odiavo, mi faceva salire i brividi dal ribrezzo, stavo male al sentire lo sguardo delle persone su di me, quei complimenti vuoti, quelle mani rozze troppo audaci, chiudevo gli occhi e fingevo che fosse solo il vento ad accarezzarmi.
Abbassai gli occhi, scossi lievemente il capo, cominciai a mangiare a piccoli morsi quello che mi aveva portato, avevo moltissima fame.
Lui mi guardava semplicemente, guardava i miei capelli ancora bagnati cadermi sugli occhi, ancora quel piccolo sorriso, ancora quel rossore d’imbarazzo, e la mia consapevolezza che nessuno era mai arrossito guardandomi, che nessuno mi aveva mai chiesto scusa dopo essersi avvicinato troppo a me.
Dopo un istante il suo rossore si acuì appena, forse non voleva rimanere fermo a guardarmi, uscì lentamente dalla stanza.
Un attimo prima volevo rimanere solo, un attimo dopo il silenzio mi pesava, mi avvolgeva e sembrava trascinarmi nella follia dei miei dolorosi ricordi.
Mi alzai, tenendo in mano un biscotto, la pasta frolla era così friabile da sgretolarsi tra le mie dita, avevo il dubbio che li avesse fatti lui stesso, erano così caldi ancora.
Dentro di me sorridevo, anche se ancora non ne ero capace, o forse non lo ero più.
Lo seguii fuori dalla stanza, rimanendo appoggiato allo stipite della porta, il sapore caldo del prendersi altrui cura tra le mie labbra, forse non erano perfetti, ma mi sembravano buonissimi.
Sentii la voce di quel ragazzo e rimasi accostato allo stipite della porta, in silenzio.
“No, non vengo alle prove oggi… no, devo rimanere a casa. Non… non sto bene.”
Un piccolo rossore tradiva quella bugia, non era abituato a mentire, chiaro e cristallino ragazzo che tutto aveva avuto dalla vita, commovente.
Fortunatamente attraverso la cornetta del telefono nulla poteva contrariare quel tono dolce e tranquillo, io portai tra le mie labbra qualche briciola ancora, continuando ad osservarlo mettere fine alla telefonata, sospirare lievemente, voltarsi, incontrare il mio sguardo.
“Ehi… meglio se torni a letto…”
Portai la mano piena di briciole alle mie labbra, raccogliendole con la lingua, abbassando lo sguardo per un istante, mantenendomi premuto contro lo stipite della porta della stanza.
“Non devi rimanere a casa per me. Non ruberò nulla, non preoccuparti. O se preferisci, me ne vado subito.”
Inizialmente sembrava soltanto stranito dal sentire la mia voce, poco a poco però il suo viso mutò, sembrava contrariato.
Notai quella sua strana espressione, un’espressione che avrei imparato a riconoscere, quando le sopracciglia gli si aggrottano appena e sulle labbra gli compare un buffo broncio.
Mi si avvicinò, e per la prima volta non sentii il bisogno di allontanarmi, non sentii quei brividi di ribrezzo quando mi sfiorò, scostandomi i capelli dalla fronte.
“Ti porto altri biscotti? Torna a letto, intanto, non stare in piedi.”
Mi fece arretrare lentamente, facendomi sedere sul letto, sorridendomi poco dopo, non sembrava più contrariato come prima.
“E non dire sciocchezze.”
Lo guardai allontanarsi come poco prima, in un attimo feci quello che mi aveva detto, rimettendomi sotto le coperte, quasi incredulo nel vedermi obbedire placidamente a qualcuno.
La tazza di the mi scaldava le mani, mi specchiai in quel liquido ambrato in silenzio, sino al sentire di nuovo i suoi passi tornare nella stanza, con un nuovo piatto di biscotti, il cui caldo profumo si espandeva nell’aria.
E gli sorrisi.