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MUGEN NO HANA – TRE FIORI

La prima volta che vidi il suo sorriso mi sentii una specie di stretta allo stomaco.
Era come sentire un gattino randagio fare le fusa per la prima volta dopo che gli si dava il cibo, e il suo sorriso era lì, appena accennato ed un po’ intimorito, ma era vero.
Parlava molto poco, non contavo più quante volte al giorno gli cambiavo le bende e gli disinfettavo le ferite, anche se non ne aveva bisogno, giusto per avere una scusa in più per rimanergli accanto.
E lui mi guardava semplicemente, tendendomi il braccio quando mi avvicinavo a lui, per farsi sciogliere le bende, guardando le sue ferite guarire, piano piano.
E piano piano cominciò a girare per la casa, lo sentivo ormai come una presenza costante, soprattutto nei momenti in cui suonavo, seduto per terra.
Lui era lì, i suoi grandi occhi castani puntati su di me, rannicchiato in un angolo del divano mi ascoltava, anche per ore.
Non erano passati che pochi giorni, eppure la sua presenza era ormai familiare, il suo delicato profumo mischiato ai prodotti da bagno era ormai una compagnia costante, e mi piaceva averlo intorno.
Era come se lui, pur con tutti i suoi silenzi e la sua quasi costante maschera di indifferenza, mi avesse salvato dalla mia prigione di solitudine, di vagabondaggio.
Avevo una ragione per tornare a casa, avevo qualcuno da cui tornare.
Quando giravo lentamente la chiave nella toppa, mi nasceva un sorriso, spontaneo, aprivo la porta e la prima cosa che vedevo era lui, rannicchiato sempre nello stesso angolo del divano, il suo splendido sguardo che dalla televisione si spostava su di me, oppure con il capo lievemente inclinato, i capelli color sabbia sul viso pulito, addormentato.
Quando era sveglio, un piccolo sorriso si disegnava ancora su quelle labbra, per salutarmi.
Quando invece era addormentato, non facevo rumore, ma lo svegliavo con il profumo della cena. Ma quel giorno non era in un angolo del divano.
Quel giorno era per terra, premuto contro il vetro della porta che dava sul balcone, il pallido viso illuminato dalla luce rossastra del tramonto, le gote rigate dalle lacrime.
Mi sentii di nuovo una specie di stretta allo stomaco, di tipo diverso però, faceva così male vederlo piangere, troppo male, per essere un ragazzo che non conoscevo che da pochi giorni.
Chiusi la porta lasciando la borsa per terra, le scarpe all’ingresso, precipitandomi verso di lui, verso i suoi occhi bagnati di pentimento che mi chiedevano motivi di cose di cui nemmeno ero a conoscenza, ancora. Mi inginocchiai accanto a lui, non sapevo come toccarlo, non sapevo che cosa dirgli, ma lui mi guardava, in attesa.
Curare una ferita non è come curare un male che è nato dentro, non sapevo nemmeno da dove cominciare. Cominciai da una carezza, lieve su quella gota umida, su cui si specchiavano gli ultimi raggi di sole.
“Saga…”
Avrei voluto chiedergli cosa succedeva, avrei voluto sapere tutto della sua vita, tutto del suo passato, tutto dei suoi pensieri, tutto di lui, per illudermi magari di avere qualcuno al mio fianco, di avere la sua fiducia.
Ma non dissi nulla invece, limitandomi a quella carezza, i suoi occhi nei miei.
“Dovrò tornare sulla strada… Naoyuki?”
Il mio nome aveva uno strano sapore sulla sua lingua, tra le sue labbra, il modo in cui le muoveva mentre lo diceva mi piaceva, da morire, e sembrava avesse un altro suono, più dolce.
Non mi chiamava spesso per nome, anzi, non parlava molto spesso.
Gli accarezzai ancora le guance, asciugandogli quelle tracce di tristezza e lasciandole assorbire dalle mie dita, guardandolo negli occhi.
Non capivo le sue paure, non capivo le sue parole, ancora non sapevo nulla di lui, se non il suo nomignolo e la bellezza che c’era dietro il suo sguardo ogni volta che lo osservavo.
“No… non devi tornare sulla strada…”
Mi sembrò la cosa più naturale da dirgli, anche se non avevo capito di cosa aveva paura.
Potevo solo intuire che non avesse alcuna casa dove tornare, o che forse fosse fuggito dalla sua famiglia, ma in ogni caso l’avrei voluto tenere con me, sempre.
Le sue ferite erano ormai quasi del tutto guarite, piccoli segni scuri sulla sua pelle bianchissima ricordavano la violenza, ma non c’era più alcun dolore a testimoniarla.
Ma mai gli avrei detto di andarsene, non ora che sentivo quell’inspiegabile vuoto della mia vita riempirsi di poco alla volta, con lui.
Appoggiò la fronte sulla mia spalla per un istante, rompendo un singhiozzo appena più forte degli altri, respirando, prima di distaccarsi di nuovo, lasciandomi un tremito addosso.
Lo guardai a lungo, quegli occhi così limpidi persi nella visione di un tramonto che ormai stava finendo, respirava piano e tremava lievemente.
Tremava al mio tocco, ogni volta che sollevavo una mano ad asciugargli una lacrima, senza dirgli niente, ma non mi allontanava, ed io rimasi seduto accanto a lui sino a che non si calmò.
Gli sorrisi poi, alzandomi per andare verso la cucina, il salotto era avvolto nel buio dal momento che non ci eravamo alzati nemmeno per accendere la luce.
E forse è proprio il buio che devo ringraziare, perché lui si alzò dopo di me, e, senza che me ne accorgessi, la sua piccola mano calda si era insinuata nella mia, intrecciando le nostre dita in un tocco morbido.
I suoi occhi erano stanchi come quelli di tutti coloro che piangono a lungo, ma la sua espressione sembrava rasserenata, forse quella piccola unica frase che sono stato capace di dirgli l’aiutò davvero.
Rimaneva seduto sul bancone della cucina mentre preparavo la cena, passandomi ogni tanto le bacchette o un cucchiaio, nella penombra dell’unica flebile luce che avevo acceso, sembrava quasi mi sorridesse.
“Quanti anni hai, Naoyuki?”
Mi piaceva molto il suono della sua voce, era dolce e sembrava accompagnarsi perfettamente ai suoi occhi così malinconici.
“Ventidue.”
Alzò una spalla, continuando a giocherellare con la bacchetta che aveva tra le mani, guardandomi però in tralice.
“Pensavo avessi la mia età. Anche se a pensarci bene sei più maturo. Te ne avrei dati… ventuno e mezzo.” Mi venne da ridere, non sapevo cosa l’avesse reso così loquace, forse quell’unica frase che lo rassicurava del fatto che non l’avrei mandato via di casa, lasciandolo per strada.
Avevo paura che una qualunque piccola mossa falsa avrebbe fatto tirare indietro le orecchie al gattino randagio e fargli smettere di fidarsi di me.
Non gli feci mai domande, fu lui a farmele, tutta la sera.
“Vivi solo da molto, Naoyuki… Nao?”
Sì, mi piaceva il suono del mio nome tra le sue labbra.
Mi piaceva anche il fatto che avesse deciso di darmi un nomignolo, suonava tutto così… intimo.
Gli raccontai tutto, mentre finivo di preparare la cena e la mettevo in tavola, e mente mangiavamo, l’uno accanto all’altro.
Gli raccontai di come i miei genitori comprarono il mio affetto con i loro soldi, con tanti giocattoli prima, con tanti vestiti poi, con una moto, con una macchina, con un basso, una batteria, una bella casa.
Gli raccontai che i soldi fanno molto, persino circondarti di amici, che magicamente compaiono solo quando vogliono che qualcuno offra loro da bere.
E gli dissi anche che ero sempre stato troppo debole per dire di no, troppo debole per rimanere solo, anche se davvero solo ero nato e solo ero rimasto.
Lui ascoltava, annuiva ogni tanto, mangiava quello che gli preparavo fino all’ultimo boccone, anche se, a mio parere non era granché.
Mi faceva qualche domanda e io rispondevo, puntualmente.
Gli dissi tutto, tutto della mia vita e tutto dei miei pensieri, mi misi a nudo davanti a quello sguardo limpido e non me ne vergognai, mai.
Mi ha fatto un sorriso alla fine, appena un po’ più visibile e appena un po’ più dolce, sembrava volesse dirmi mille cose, ma non me ne ha detta nemmeno una.
Forse una persona che ha subito simili violenze ha paura del contatto fisico, forse una persona che ha subito simili violenze la paura ce l’avrà sempre, ma è stato così bello sentirlo avvicinarsi a me, sino ad appoggiare quel capino dai capelli color sabbia sulla mia spalla, e chiudere gli occhi.
Il mio sguardo perso nell’inutilità di qualche programma televisivo, l’audio talmente basso da non permettermi nemmeno di intuire l’argomento, ma tutto ciò che mi interessava sentire era qualche suo sospiro, e guardare di tanto in tanto il suo petto sollevarsi e abbassarsi nel calmo respiro del dormiveglia.
Erano le mie mani, a tremare, in quel momento.
Lo schermo azzurrino della televisione rifletteva i suoi lineamenti regolari, non perfetti probabilmente, ma immensamente attraenti, i suoi occhi chiusi e le ciglia lunghissime, le labbra piene dischiuse, che mi chiedevano un bacio.
Sì. Ero già caduto.
Guardavo le sue labbra e avevo voglia di baciarle, guardavo il suo corpo e avevo voglia di stringerlo a me, intuivo il suo cuore e avevo voglia di conoscerlo, con tutto me stesso.
Non so cosa di lui mi avesse fatto cedere, forse qualcosa di quel poco che conoscevo, forse l’affascinante mistero di tutto quello che non conoscevo.
Era bello, Saga, con gli occhi malinconici ed il sorriso raro, era pregno di una bellezza ingenua e dolente, e ogni tanto mi sembrava castigasse sé stesso, ed il proprio corpo, chiudendosi in sé stesso senza mai sollevare gli occhi, senza mostrare quanto fossero belli.
Era dolce la sua voce impastata di sonno, che mi chiedeva di portarlo a dormire, era dolce il suo sguardo, remissivo, che ogni tanto si lasciava andare agli anni che aveva, senza voler dimostrare la durezza di una maturità che non doveva possedere per forza.
Quella fu la prima notte che mi permise di entrare nel suo guscio, tenendomi la mano con le sue dita sottili, aprendo di poco gli occhi stanchi per intuire la mia figura nel buio di quella stanza, lui candido e ingenuo tra coperte ancora più bianche.
“Nao…”
Gli sorrisi, accarezzandogli una guancia, tremando a quell’improvvisa atmosfera calda di intimità che era riuscita a crearsi in quella stanza buia.
“Dormi con me questa notte?”
Era dolce, la sua voce impastata di sonno, era dolce e mi sembrava così innocente, pura e inconscia di ogni cosa brutta del mondo, come i suoi bellissimi occhi.
E quella domanda, me l’aveva chiesto con delicata naturalezza, e un brivido di impazienza, come se la mia presenza accanto a lui potesse assicurargli la tranquillità di una notte.
Ero imbarazzato, ero terrorizzato, quasi paralizzato dalla paura che una piccola mossa sbagliata, un passo di troppo, una parola in più, potesse ferirlo, farlo arretrare di nuovo all’interno del suo guscio.
Volevo chiedergli di svelarmi il suo mistero, volevo chiedergli se quell’innocenza così pura era vera.
Ma non ho fatto nulla di tutto questo, lui è rimasto a guardarmi, i suoi occhi da gatto con le pupille dilatate per il buio puntati su di me, sino a che non ho annuito, ed il suo capino biondo è tornato ad affondare tra le coperte bianche.
Mi sono steso accanto a lui, allungando una mano ad aggiustargli le coperte, e mi sorrideva.
Era grande quel futon, in due ci saremmo stati comodi, senza bisogno di stringersi.
Ma fu lui a muoversi verso di me, posando l’orecchio sul mio petto, ascoltando il mio cuore.
Non riuscivo a muovermi, avevo paura di fare qualcosa di sbagliato, avevo paura che si sarebbe allontanato.
Chiusi gli occhi e mi abbandonai a quella sensazione di calore che mi invadeva il petto, proiettai tutto me stesso, ogni singola fibra del mio essere, a sentire lui, e lui soltanto.
Non era la prima volta che dormivo con un ragazzo, solitamente quando succedeva c’era stato qualcosa di sessuale però, era invece la prima volta che sentivo il mio cuore battere così forte per la semplice vicinanza con qualcuno.
Le sue dita erano al mio fianco e mi accarezzavano la pelle attraverso la stoffa leggera della maglietta, in un movimento lento e meccanico, quasi un tic.
Lentamente.
Lentamente piegai il capo di lato, sentendo il profumo dei suoi capelli color sabbia.
Lentamente le mie dita si persero proprio tra quei capelli, e poco dopo furono le sue dita a fermarsi, il suo respiro farsi più lento e calmo, si era addormentato.
Era bello, Saga, le labbra morbide appena schiuse e le lunghe ciglia che si muovevano appena, chi lo sa, forse stava sognando.
Era così magro, Saga, tra le mie braccia, quella notte, mi sembrava che potesse spezzarsi.
Mi addormentai non ricordo dopo quanto, non ricordo con quale pensiero, soggiogato dal dolce ritmo del suo respiro, tenendolo tra le mie braccia, senza muovermi.
Ed in quella identica posizione mi svegliai, ore dopo, abbassando lo sguardo e vedendolo ancora così bello, addormentato, le dita affusolate che nel sonno avevano stretto un lembo della mia maglia, calmo.
L’avrei guardato dormire per sempre, senza svegliarlo mai, la malinconia spariva dal suo viso, mentre dormiva, era bellissimo.
Mi mossi appena però, facendo involontariamente scorrere le mie dita tra i suoi capelli sottili, piccole libertà che nella penombra mattutina mi fecero arrossire, e tremare.
Dalle sue labbra schiuse sfuggì un sospiro, e si mosse appena scivolando sul mio corpo, cadendo di nuovo tra le coperte bianche, e mi sentii di colpo solo senza il suo calore.
Mi voltai su un fianco, guardandolo.
Sembrava così piccolo, avvolto tra le coperte chiare, che nascondeva il viso nel cuscino perché non era pronto ad affrontare i primi raggi di sole, e sorrideva, e sbadigliava, e apriva un occhio, e mi guardava.
Sentii un piccolo rossore comparirmi istintivamente sulle gote, quando mi si avvicinò ancora.
“Buongiorno, Saga.”
Era bello, Saga, appena sveglio, con i capelli scomposti e gli occhi assonnati, pieno di piccole attraenti imperfezioni nella sua bellezza di porcellana.
“Nao…”
Avevo voglia di accarezzare quel bellissimo visino, di sentire ancora tra le mie dita i suoi capelli sottili, e stringere il suo corpo, così magro che sembrava si dovesse spezzare, tra le mie braccia.
“Non ho avuto incubi questa notte. Grazie.”
Era dolce, Saga, quando si sforzava di parlare un po’.
E mi sembrò ancora più dolce quando si accostò a me, sfiorandomi la guancia con le sue labbra, e quel piccolo gesto mi sembrò carico, carico di mille cose, elettricità e sensualità.
Gli preparavo la colazione, anche quella mattina, e mi sentivo felice, pensando a com’era carino il suo sorriso, quando gli mettevo davanti agli occhi un piccolo piatto colmo di quei biscotti che adorava.
“Saga non è il tuo nome, vero?”
Era la prima volta che azzardavo una domanda, ed avevo paura di spezzare quell’atmosfera calda e intima che si era creata, mi batteva forte il cuore.
Mangiavamo biscotti e bevevamo the caldo, seduti sul futon con le coperte ancora disfatte, assonnati.
“A te piace?”
Piccolo Saga, sarebbe sfuggito sempre alle mie domande, facendomene altre a sua volta.
Annuii, bevendo un lungo sorso di the, che si espanse nel mio petto riscaldandomi, o forse era il suo sorriso.
“Mi piace. Ha un suono dolce… ti sta bene.”
“E allora va bene così.”
Non volevo andare alle prove.
Non volevo nemmeno uscire di casa, a dire la verità.
Volevo rimanere tutto il giorno a guardarlo mangiare quei biscotti di dubbia bontà che gli preparavo, sorridere appena raccogliendo le briciole tra le sue dita sottili, sembrava di buon umore.
Posai la tazza ormai vuota sul vassoio, lasciandomi ricadere tra le coperte bianche, chiudendo gli occhi.
“Mmh… Non ho voglia di uscire…”
Avevo parlato senza pensare, le parole erano sfuggite dalle mie labbra insieme ad un sospiro, ed un altro ancora, quando sentii il fruscio della stoffa e l’adorabile testolina di Saga appoggiarsi di nuovo sul mio petto.
Le sue dita corsero di nuovo al mio fianco, accarezzandolo lentamente, in quello che ero sempre più convinto fosse una specie di tic, che serviva a tranquillizzarlo, più che altro.
Mantenni gli occhi chiusi, respirando piano per non spezzare quell’atmosfera morbida, le dita della mia mano destra che percorsero invece la loro via sino ai capelli di Saga, accarezzandoli.
“Resta qui, allora.”
Avrei seguito volentieri il suo consiglio, per la verità, avrei fatto qualunque cosa mi avesse detto, ero già un fedele schiavo incatenato dalla ceca voglia del mio cuore di rimanere accanto a lui.
Però non potevo, avevo saltato molte mattine di prove quando le sue ferite erano più gravi.
“Perché non vieni tu con me, invece?”
Mi sarebbe piaciuto fargli vedere dove suonavo, portarlo a fare un giro, mangiare fuori.
Si sollevò appena dalla posizione in cui era, e quando aprii gli occhi mi stava guardando, con un’espressione curiosa e divertita, ed annuì.