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MUGEN NO HANA – QUATTRO FIORI

Mi piaceva ascoltare il battito del suo cuore.
Mi piaceva, mi calmava.
Lo stavo studiando, in realtà, studiavo tutte le sue reazioni alle piccole differenze che piano piano io stesso notavo nel mio comportamento.
Sapevo che se avessi appoggiato il capo sul suo petto, per ascoltare il suo cuore, lui avrebbe chiuso gli occhi, e avrebbe sorriso.
Sapevo che se la mia mano gli avesse sfiorato delicatamente il fianco, le sue dita si sarebbero perse tra i miei capelli, accarezzandoli dolcemente, e mi piaceva da morire.
Mi confondeva rendermi conto che cominciavo ad amare e a desiderare il contatto fisico con una persona.
Ero molto piccolo quando avevo iniziato ad odiare il fatto che le persone mi toccassero, che le loro mani troppo grandi mi spingessero per terra, lasciando segni evidenti sulla mia pelle bianchissima.
Non ricordavo nemmeno se mia madre mi avesse mai dedicato le carezze che si devono ad un figlio, gli schiaffi di mio padre, però, quelli erano impressi a fuoco nella mia memoria.
Ma le mani di Nao non mi lasciavano segni addosso, erano delicate, le sue dita erano morbide.
Il suo respiro era tranquillo mentre dormiva tenendomi tra le sue braccia, il suo cuore batteva piano, con un ritmo dolce e costante.
Quella mattina ero uscito di casa, insieme a lui, mi ero rannicchiato sul sedile accanto a quello del guidatore, guardandolo tutto il tempo, lungo la strada.
Non sarei rimasto con lui per sempre, lo sapevo.
Prima o dopo si sarebbe stancato di me, o semplicemente si sarebbe reso conto che non aveva nessun obbligo, che non doveva necessariamente tenere in casa un ragazzino di cui non sapeva nemmeno il nome.
Ero solo una puttana, e un giorno l’avrebbe scoperto.
Mi avvolgevo di tristi presagi, per non lasciarmi cullare troppo dalla perfezione di qualche attimo, ben conscio che se mi fosse stata strappata via di colpo, quella tranquillità, avrei sofferto troppo.
Nao mi avrebbe mandato via, presto, questo mi ripetevo.
E nonostante il mio triste mantra facesse eco nella mia testa, mi stavo affezionando, mi affezionavo a quella vita calma e mi affezionavo a lui, e mi spaventava.
Mi spaventava cominciare ad avere bisogno di una presenza accanto a me, io, che me l’ero sempre cavata da solo, avevo bisogno di lui.
Non solo per i biscotti alla mattina, per una zuppa di miso o qualche vestito pulito, avevo bisogno della sua presenza e del suo sorriso, della sua voce calma che mi raccontava qualcosa di divertente… delle sue mani, su di me, delle sue carezze e delle sue braccia che mi stringevano.
Conobbi gli altri ragazzi quella mattina, quelli che suonavano con lui.
Nessuno di loro mi sembrò adatto alla dolcezza di Nao, nessuno di loro mi sembrava meritasse le sue attenzioni.
Stranamente, mi sentivo sollevato, in me si stava facendo strada uno strano sentimento mai provato prima, volevo l’esclusiva delle attenzioni di Nao.
Rimasi in un angolo della sala a guardarlo suonare, ormai ero abituato al modo in cui le sue dita scivolavano sulle corde di quello strumento, ma mi piaceva tanto guardarlo, e quasi non prestai attenzione agli altri ragazzi che suonavano.
L’ora di pranzo arrivò in fretta, e lui mi portò fuori, eravamo solo io e lui, gli rimanevo talmente vicino da poter sentire il fruscio della stoffa dei suoi pantaloni ad ogni passo, talmente vicino che le nostre mani si sfioravano.
La sua vicinanza mi tranquillizzava tanto quanto quella con altre persone mi spaventava, mi accostavo ancora di più a lui non appena scorgevo uno sguardo un po’ diverso, un sorriso divertito.
Avevo paura di incrociare qualche uomo di cui ero stato l’amante per soldi in passato, passato probabilmente sin troppo vicino perché qualcuno di loro si fosse dimenticato il mio viso.
Molti tornavano a cercarmi dopo la prima notte, scoprendo in sé stessi amanti violenti, scoprendo desideri inconfessabili soprattutto a moglie e figli, rinchiusi in quell’alta società dove l’omosessualità è peccato, ma dove pagare un ragazzino per sottostare ai propri capricci diviene persino accettabile, se serve a mantenere la faccia.
Mi lasciavano steso tra le coperte intrise di sesso sporco in qualche camera di motel, tornavano alle loro vite perfette dopo avermi lanciato addosso qualche banconota, che a volte non bastava nemmeno per pagare la camera.
E io piangevo, e io mi odiavo, e a volte sono arrivato a graffiarmi la pelle con le unghie, dallo sforzo di togliere quel sudiciume dal mio corpo, sotto l’acqua.
Avevo bisogno di quei soldi, in ogni caso.
Ero troppo giovane e ignorante per avere un qualsiasi lavoro, troppo grande però per beneficiare di qualche associazione che aiuta i minori, ero in un odioso limbo creatomi da un padre pieno di debiti finito in prigione ed una madre che mi voltò le spalle, alle prime avvisaglie di poter avere una vita migliore che quella di mantenuta di un figlio che fa la puttana.
A volte piangevo, chiedendomi perché non potessi semplicemente morire, sparire, perché le colpe di mio padre dovessero gravare su di me, perché dovessi avere paura di continue violenze se non avessi trovato in fretta quei soldi, tanti, troppi soldi.
Eppure non ero un ragazzino debole, contrariamente a quanto potesse sembrare, mi ripetevo che la vita spettava anche a me, e che una volta estinto quel debito sarei stato libero, libero di vivere. Tacevo anche i miei pensieri davanti a Nao, avevo paura che persino se non gli avessi detto nulla, lui avrebbe potuto scorgere nei miei occhi quell’orribile peccato che era il mio passato.
Il mio presente.
Lui rideva tendendomi le bacchette, facendomi assaggiare qualcosa dal sapore troppo forte per lui, mi raccontava della band e dei suoi sogni, ed io mi domandavo quanto il mio sogno sarebbe durato, quando mi sarei svegliato per strada, costretto ancora a vendere il mio corpo per pochi soldi.
I sogni servono a far prendere un respiro dalla propria vita, questo ho sempre pensato.
Così sorrisi anche io, e misi da parte ancora per un po’ gli echi del mio triste mantra.
“Vai d’accordo con gli altri del gruppo?”
Fece una specie di cenno e alzò una spalla, giocando con il cucchiaino nel caffè.
“Così così… con qualcuno di più, con qualcuno di meno.”
Mi morsi un labbro, che accidenti era quel sentimento che mi sentivo montare dentro?
“Ah… e con chi di più?”
Con nessuno. Volevo che mi rispondesse ‘con nessuno, Saga.’
Solo io volevo godere delle sue attenzioni, solo io volevo poter pensare a quanto erano dolci le sue carezze, a quanto mi calmava il suo respiro.
“Con il cantante vado abbastanza d’accordo. Nulla di che, però.”
Mi sorrideva, porgendomi il cucchiaino colmo del caffè aromatizzato al caramello, io mi sporgevo ad assaggiare e lo guardavo negli occhi, nel vago tentativo di scorgere qualche sentimento.
Al ritorno verso lo studio ero ancora più silenzioso, mi chiedevo cosa mi stesse succedendo, cosa volesse dire desiderare di essere l’unico ed il solo nella vita di una persona.
Mi infastidiva, oltretutto, quello strano egoismo, proprio io, che non ero mai stato egoista, tanto da sacrificare la mia vita di normale adolescente per mio padre.
Forse Nao non si era accorto di nulla, il suo sorriso era limpido come al solito, ed io sorridevo, perché in quel momento il suo sorriso era per me, me, me.
La sala prove mi sembrava avere un’aria diversa, quando c’eravamo solo io e lui. La luce riempiva la stanza e illuminava gli strumenti, la cui superficie lucida riluceva colpendomi gli occhi, facendomeli socchiudere, e dopo un po’ in tutta la stanza vedevo solo più Nao.
Nao illuminato dalla luce solare troppo intensa, Nao seduto per terra che suonava il basso, Nao che mi sorrideva, Nao che mi guardava, Nao che era maledettamente bello, ed io non avevo mai toccato un bel ragazzo in tutta la mia vita.
Mi sedetti accanto a lui, crogiolandomi un po’ nel suo sorriso, sino a quando non mi mise il basso tra le braccia, portandosi dietro di me.
“Cosa?”
“Ti insegno a suonare, dai…”
Il suo sorriso mi elettrizzava e mi scuoteva, accidenti, cos’era quella sensazione?
Spesso, quando lo guardavo suonare, mi aveva ripetuto che un giorno mi avrebbe insegnato, che le mie dita lunghe e sottili sarebbero state perfette per suonare il basso.
Ma non ero preparato quando lo sentii spostarsi dietro di me, posare le mani sulle mie e guidarle dolcemente sulle corde di quello strumento, mi appoggiai al suo petto ed il mio cuore ebbe un balzo, aveva un odore buonissimo, da così vicino.
Rimasi immobile, gli unici movimenti erano quelli del mio petto che si alzava e abbassava al ritmo dei respiri agitati e trattenuti, e delle mie mani che seguivano i consigli delle sue, che tenevano morbidamente le mie dita.
Stranamente, lasciare scorrere le mie dita su quelle corde tese mi tranquillizzava, sorridevo quando mi spostava le mani per insegnarmi un nuovo accordo, sorridevo sentendo la sua voce tenera che mi spiegava, piano piano, in pochi sussurri, le nozioni principali.
Avrei voluto rimanere in quella posizione per sempre, e non capivo perché.
Provavo la stessa identica sensazione di calore di quando mi ero addormentato tra le sue braccia, con la banale scusa di qualche incubo notturno, allora era la sua presenza a farmi sentire così?
Dopo un po’ smettemmo di suonare, ma lui non si mosse da quella posizione, lasciandomi rimanere appoggiato al suo petto.
Posai il basso accanto a me, con cura, usavo la medesima premura che gli dedicava lui, avevo capito che per lui era importante, e ci tenevo anche io.
Mi sentii il cuore esplodere, tanto furono forti i battiti, forse voleva sfuggirmi dal petto, perché lui portò le braccia attorno alla mia vita, stringendomi dolcemente a sé.
“Ti piace suonare il basso?”
La sua voce era ancora più bassa, pochi sussurri che mi accarezzavano il collo, posai le mani sulle sue, chiudendo gli occhi, non volevo pensare a nulla.
La perfetta sensazione di calore che mi infondeva il suo abbraccio mi calmava, non risposi, feci solamente un piccolo cenno con il capo, lasciandomi andare ancora di più contro di lui.
Non riuscivo a ricordare quand’era stata l’ultima volta che il contatto con qualcuno mi aveva fatto sentire così bene, così appagato.
Forse non c’era mai nemmeno stato qualcuno, nella mia vita, che mi avesse toccato in quel modo, dolce, protettivo, mi sentivo davvero qualcuno tra le sue braccia, non un semplice corpo da pagare per una notte.
Sentii la punta fredda del suo naso contro la mia guancia, un tocco così lieve da farmi venire i brividi, perché mi venivano i brividi per una cosa simile?
Mantenendo le palpebre serrate, mi voltai appena, verso il suo viso.
Ricordavo l’alito caldo e alcolico delle persone che si muovevano sopra e dentro di me, ricordavo quell’alito che mi faceva lacrimare gli occhi, mi scaldava il collo e mi terrorizzava, perché spesso voleva dire solo che mi sarebbe toccata altra violenza.
Sentivo invece il suo respiro sulla mia pelle, calmo, non mi servì aprire gli occhi per sapere che anche i suoi erano chiusi, eravamo partecipi di un momento talmente speciale, che non avremmo potuto interferire tra i contatti timidi dei nostri corpi con uno sguardo.
Il suo respiro era lento, quasi irregolare, forse agitato, come il mio, causato dal cuore che batteva troppo forte, e dalla mia assurda voglia di fermarlo, per paura che il suo rumore rovinasse il mio momento.
E poi accadde.
Un tocco tiepido delle sue labbra sulle mie, un tocco tenero e timido, fugace.
Non era caldo come una fiamma, non era rovente o passionale, era dolce, tiepido, caldo come l’estate.
Sì, non avevo mai baciato nessuno.
Le puttane si fanno scopare, si fanno picchiare, le puttane piangono e si fanno schifo, ma non baciano.
Ed io, io che praticamente ero nato puttana, avevo forzato le mie timide pulsioni sessuali a crescere per potermi vendere sulla strada, non sapevo nemmeno cosa volesse dire, ricevere un tocco dolce e timido sulle proprie labbra.
Non sapevo cosa volesse dire aprire gli occhi e trovarsi con un volto così vicino al proprio, non sapevo perché le mie labbra fossero rimaste immobili come se un solo movimento avesse potuto cancellare l’elettricità di quel bacio, non sapevo perché mi sentissi tutto caldo sulle guance, al solo guardarlo negli occhi, e perché il suo sguardo fosse di una dolcezza che non avevo mai visto in nessuno.
Ero spaventato da quell’inseguirsi di sensazioni, calore che scavalcava la paura, paura che sopraggiungeva sulla timidezza, timidezza che si faceva strada tra la tenerezza, tenerezza che si accompagnava ad affetto.
Rimasi ancora immobile tra le sue braccia, lievemente reclinato sulla sua spalla, i miei occhi nei suoi, e lo vedevo accostarsi di nuovo, ancora una volta.
E mi sentii il cuore esplodere, sì, avrei sentito di nuovo quel calore estivo sulle mie labbra, ancora quel tocco tenero, e lo volevo da morire.
Ma non feci nemmeno in tempo a chiudere gli occhi che qualcosa di terribile, fuori luogo, aveva interrotto il mio momento perfetto, e mi scostai di fretta da lui, come se mi bruciasse quella vicinanza davanti ad altri.
Erano tornati in studio, ed io, inconsapevolmente, mi vergognavo di farmi vedere così debole ed arrendevole a qualcuno, davanti ad altri che non fosse Nao.
Il continuo vociare, l’alternarsi degli strumenti, le risate vuote e le battutine sciocche derivate dall’averci trovato in una situazione equivoca, mi stordivano e mi lasciavano indifferente allo stesso tempo.
Ero in un altro mondo, estraniato, circondato da colori e musica che mi confondevano, impedendomi di pensare con chiarezza.
Le mie esperienze mi avevano, per assurdo, costretto a crescere e rimanere bambino, avrei per sempre conservato un cinismo particolare nei confronti dei sentimenti, che sarebbe indissolubilmente legato all’ingenuità.
Ero un ragazzino, a dirla tutta, consumato dal sesso, che d’amore non sapeva altro che il suo nome.
Cos’è un bacio?
Lo credevo un semplice preliminare, al pari di qualche carezza intima, sofisticato preliminare che ad una puttana poco costosa come me non doveva interessare.
Mi sbagliavo?
Non c’era nulla di sessuale nel bacio che mi aveva dato Nao.
C’era piuttosto un sottile erotismo dietro le tenerezze, generatosi dalla situazione stessa, i nostri corpi premuti ricercavano l’uno il calore dell’altro, tra noi sentivo passare una lieve scossa di desiderio reciproco.
Reciproco.
Era questo che mi spaventava e mi confondeva?
Il mio rendermi conto di non essere solo desiderato, ma di desiderare, a mia volta, qualcuno? Con l’ingenuità propria di un ragazzino, tentavo di analizzare con cinismo una situazione fatta di pura irrazionalità, talmente spaventato dai sentimenti contrastanti che scoprivo in me, che nemmeno mi rendevo conto che sarebbe bastato sollevare gli occhi e vedere lo sguardo di Nao fisso su di me tutto il tempo, per avere finalmente tutto chiaro.
Attendevo in silenzio la fine delle prove, con terrore e speranza.
Speranza di potermi lasciare andare ancora tra le sue braccia, estraniarmi dal mondo non più da solo, ma con lui, in quel calore particolare creato dalle reciproche attenzioni.
Terrore, di scoprire che tutto era solo la dolcezza repentina di un momento, un capriccio, che non si sarebbe mai ripetuto.
Quando sentii le note piano piano farsi da parte e smettere di accompagnare le mie assurde elucubrazioni mentali, sollevai lo sguardo, notando che le prove erano finalmente finite.
Nao stava mettendo il basso nella custodia, mi faceva sempre sorridere la premura con la quale lo trattava, carezzevole addirittura, prima di metterselo in spalla.
Mi alzai in piedi, sono nato silenzioso come un gatto, quasi nessuno notava la mia presenza, di solito.
Vedere il sorriso di Nao mi trasmetteva una scossa, sentivo una stretta allo stomaco, al ricordare quel bellissimo sorriso, dolce, ancora più dolce, a pochissima distanza dalle mie labbra.
E ora…?
Vedevo il suo sorriso, spostai lo sguardo lentamente sull’oggetto delle sue attenzioni in quel momento, il cantante del suo gruppo, e ricordai le sue parole.
Mi morsi un labbro.
La mano del cantante si spostò a scompigliare i capelli di Nao, e lui sorrise ancora, volevo che nessuno vedesse quel sorriso, accidenti!
Non sono un tipo incapace di trattenere le mie reazioni, solitamente.
Tutt’altro, sono molto bravo a fingere, sorridere sensuale e cordiale anche quando vorrei fuggire, e, per l’appunto, a rimanere fermo, invece di scappare.
Ma quella volta, anni e anni di bugie non sembrarono aiutarmi.
Vedevo qualcosa che non volevo vedere, mi montò dentro una strana sensazione, un sentimento nuovo che però non mi riscaldava come gli altri, mi raggelava, mi contorceva.
Il mio processo mentale fu imbarazzantemente semplice, vedevo qualcosa che mi faceva sentire male, non volevo più vederlo, me ne dovevo andare.
E così mi mossi, silenzioso come un gatto, sino ad uscire dalla sala prove, convinto che nessuno avrebbe notato la mia assenza… nemmeno Nao.
A pochi passi da quella specie di garage dove Nao ed il suo gruppo suonavano mi fermai, a pensare.
Quella nuova vita mi stava facendo scoprire cose che non volevo sentire, l’indifferenza era sempre stata la mia migliore arma contro i dolori della vita, e qualcosa aveva fatto cadere la mia maschera.
Qualcosa… qualcuno. Lui.
A casa di Nao non c’era nulla di mio, tutto quello che possedevo quando mi aveva trovato erano i vestiti sporchi di sangue e bigiotteria scadente che ancora portavo addosso.
Quindi, nulla mi avrebbe fermato, me ne sarei andato, a riprendermi la mia indifferenza.
“Saga!”
Nulla mi avrebbe fermato, avrei continuato a camminare, per tornare sulla strada, a rivestirmi della mia indifferenza.
“Saga…! Aspetta.”
Una presa dolce e salda alla mia mano, e mi voltai, perché mi veniva da piangere?
Specchiarmi nei suoi occhi innocenti mi faceva sentire altre strette allo stomaco, ancora più forti, ed il lieve contatto delle nostre mani in quel momento giunte mi faceva fremere, e il mio corpo tornava piano ad essere avvolto di quel calore che mi aveva stranito.
“Cosa succede?”
Avrei voluto dirgli che non era necessario che si prendesse cura ancora di me, avrei voluto tenere in mente le sensazioni di paura nello scoprire di poter provare anche io dei sentimenti, se mi fossi ricordato delle strette allo stomaco e della spiacevole sensazione di gelo, forse sarei riuscito ad andare via.
Ma ero debole davanti a lui, ero così debole.
Abbassai lo sguardo, incontrando le sue dita che dolcemente si impossessavano delle mie, intrecciandosi.
Mi faceva paura sapere di essere anche io umano?
“Nulla… è che…”
Mi stavo obbligando a dire parole che non volevo più dire, coprendomi di fitte spine come un istrice, solo per non farmi accarezzare, per non lasciare allo scoperto la mia debolezza ancora di più.
“Forse è meglio se… vado via, ecco. Torno a… casa…”
Casa.
Quella parola mi morì in gola, quel lurido buco nel quale ero costretto, che per quanto lo tirassi a lucido conservava sempre lo sporco dei miei affari, non era casa per me, non lo era mai stata.
“Ci stavo tornando anche io. Quindi andiamo insieme, ok?”
Era così dolce, con me, Nao.
Così dolce dall’avermi fatto capire con uno sguardo, che ormai l’unica vera casa per me era il suo appartamento luminoso e pulito, o, comunque, qualunque luogo dove ci fosse lui.
“Ti piace quel ragazzo?”
Gelosia.
Solo in quel momento mi venne in mente il nome di quelle strette allo stomaco, per me nient’affatto familiari, erano dolori di gelosia.
Lui mi sorrise, mantenendo le nostre dita intrecciate ed aggiustandosi il basso su una spalla, cominciando a camminare velocemente verso la sua macchina.
“Nao!”
Non era da me alzare la voce, non era da me nemmeno parlare, in verità.
Non era da me lasciarmi andare a simili manifestazioni di irrazionalità, sentire il cuore che mi esplodeva per il semplice fatto che lui mi tenesse la mano, e lo stomaco contrarsi per la paura che potesse riservare delle attenzioni a qualcun altro.
Il suo sorriso era lievemente diverso dal solito, come se avesse letto qualcosa dentro di me che l’aveva reso così felice.
Mi aprì la portiera della macchina, io placidamente mi sedetti e lo guardai mentre la chiudeva, e faceva il giro intorno alla macchina per sedersi accanto a me, mettendola in moto, senza dire una sola parola.
“Nao… rispondimi, dai… ti piace quel ragazzo?”
Il mio tono, da arrabbiato, era divenuto supplichevole, mi infastidiva sentire la mia voce con un tono simile.
La macchina partì, ed io mi sentivo male, Nao aveva sempre risposto alle mie domande, raccontandomi tutto.
“Non dire sciocchezze…”
Il tono della sua voce, invece, era lievemente divertito, così come la curvatura delle sue belle labbra.
“Ma…”
“A me piaci tu, Saga. Tu e basta.”
Tutte le mie proteste, recriminazioni su quel sorriso che avevo visto dedicargli, quella carezza tra i capelli, tutto, mi morì in gola, a quelle parole.
Rimasi a guardarlo, ancora, come si guarda un sogno, stordito dall’ennesimo sentimento che avevo scoperto, la felicità, l’appagamento totale dato da qualche semplice parola.
Restai in silenzio per tutto il resto del viaggio, a soppesare e ripetermi quelle parole che mi ero sentito dire, per la prima volta in vita mia, a guardarlo guidare, a sorridere da solo per poi nascondere il mio sorriso, quasi vergognandomi di quella sciocca felicità.
Non era da me nemmeno non avere coscienza del mio corpo, e di ciò che mi accadeva intorno.
Arrivammo a casa senza che me rendessi conto, scesi dall’auto in uno stato di incoscienza, mi risvegliai solo quando le dita calde di Nao tornarono a cercare le mie, intrecciandosi, entrammo in casa.
Quando mi lasciò la mano per posare il basso e sfilarsi le scarpe, lo imitai, senza dire una parola, andai a sedermi sul divano, facendomi piccolo piccolo, forse tra me e me volevo solo un momento per pensare a cosa volesse dire piacere a qualcuno che non desiderava solo il mio corpo, sicuro di ottenerlo per pochi soldi.
Lui si sedette accanto a me, bello e sicuro come non l’avevo mai visto, ebbi un fremito quando mi accarezzò i capelli scostandomeli dalla fronte, mi venne spontaneo sorridergli.
Conoscevo le sue reazioni, sapevo che se avessi appoggiato il capo sulla sua spalla lui avrebbe smesso di respirare per un istante, e poi mi avrebbe accolto tra le sue braccia.
E così accadde, mi rannicchiai nel suo tenero abbraccio, lasciandomi cullare dalle sue dolci carezze tra i miei capelli e sul mio viso.
Socchiusi gli occhi quel poco che mi consentiva di intuire ancora i contorni del suo viso, quando sentii le sue dita che mi coglievano dolcemente il mento, facendomi sollevare verso di lui.
Trattenni il fiato, per non so quanto.
E poi, lui si abbassò, così lentamente da farmi impazzire, da farmi credere che non sarebbe mai successo, catturò dolcemente le mie labbra tra le sue.
Tremavo tra le sue braccia.
Tremavo sentendo le sue labbra lasciare piccoli baci sulle mie, sentendole indugiare, stuzzicandole teneramente sino a farmele schiudere.
Tremavo ancora di più a quel contatto, umido e caldo, della sua lingua nella mia bocca, avvolto dal silenzio e con gli occhi chiusi, l’unico senso che non era ovattato dal mio stordimento era il tatto, e sentivo le sue dita tra i miei capelli, lo sentivo leccarmi le labbra, e fremevo.
Mi baciava, come se avesse avuto tutto il tempo del mondo per farlo, lentamente, studiando ogni millimetro delle mie labbra e della mia bocca con la sua, concedendomi di rimanere inerme a labbra schiuse, senza obbligarmi a fare nulla che non fosse godermi quelle sensazioni.
Quando si allontanò da me mi sentii nudo senza quei contatti intimi.
Ci guardammo a lungo negli occhi senza dire una sola parola, il silenzio spezzato solo dal mio respiro ora calmo e lento.
E solo alla fine mi sollevai, lievemente, tornando a cercare le sue labbra.