
MUGEN NO HANA – CINQUE FIORI
A Saga non piaceva parlare di sé, preferiva ascoltarmi, rimanere seduto sul divano a farmi piccole domande di tanto in tanto mentre suonavo, sentendomi raccontare aneddoti buffi o tristi della mia vita.
Forse pensava che il suo fascino fosse il mistero, o forse semplicemente non aveva voglia di pensare alla sua vita.
Saga adorava rimanere seduto sulle mie gambe, la sera, per ore, mentre io guardavo un film o i cartoni animati, socchiudeva gli occhi appoggiando il suo capino color sabbia sulla mia spalla, godendosi le mie carezze lievi tra quei capelli bellissimi.
Saga aveva uno sguardo dolcissimo a volte, ed in quei momenti capivo che voleva un bacio.
Lui rimaneva con gli occhi chiusi dopo che ci allontanavamo, mordendosi le labbra bagnate di me, sorrideva lieve, la stoffa dei miei vestiti stretta tra le sue mani delicate.
“Grazie.”
Mi ringraziava sempre, con un piccolo sorriso, ogni volta che mi chinavo a baciarlo, quando era tra le mie braccia, e la sua voce bassa era così bella.
La prima volta che ho sfiorato quelle labbra perfette ho sentito una scossa, mi ha spaventato.
Non avevo mai sentito le scosse, baciando qualcuno.
La seconda volta che le ho sfiorate le ho sentite calde, bollenti, morbide e pronte per me.
Erano stupende.
Era splendido il modo in cui la mano di Saga si era impossessata di una mia ciocca di capelli, rigirandola tra le dita sottili, unico suo movimento durante quel bacio che mi parve infinito.
Mi piaceva il modo in cui in pochi istanti si era abbandonato, diventando mio, mio davvero, non avevo mai baciato qualcuno che mi si concedesse con una fiducia tale.
Le sue labbra seguivano ogni minuscolo movimento delle mie, lasciandosi mordere con delicatezza e schiudere, mentre il mio cuore perdeva un battito, quando mi apprestavo ad approfondire quella sensazione travolgente.
Un bacio lento e umido, gli leccai le labbra prima di andare alla ricerca intima del suo sapore, sentendo il suo corpo tremare lievemente e farmisi più vicino, il mio abbraccio si fece più deciso, mentre superavo quell’ultimo morbido ostacolo.
Tremavo anche io, forse più lievemente di lui, ma tremavo.
Tremavo nel rendermi conto che quello era tutto ciò che volevo da quella notte in cui l’avevo raccolto, un bacio, un abbraccio, un contatto intimo che mi permettesse di regalargli tutta la mia dolcezza, tutto ciò di cui sospettavo non avesse mai goduto.
I miei sospetti divennero certezza nel sentire le sue labbra così inermi sotto le mie, seguire i miei lenti movimenti senza tentativo di sopraffarmi, godersi ogni singola carezza con la timidezza di un fremito.
Un bacio che mi parve durare in eterno, ma che comunque arrivò alla fine, lasciandoci storditi dall’emozione e con il respiro irregolare.
Nei suoi occhi leggevo tenerezza, sorpresa, timidezza, concessione.
Ci guardammo così a lungo, le sue iridi nocciola non mi erano mai sembrate così belle, non cessai di stringerlo a me, quando sentii la sua mano scendere, dolcemente, dai miei capelli sul mio collo, prima di afferrare tra le dita un lembo della stoffa dei miei vestiti.
Ed un istante dopo fu lui a tornare verso di me, cercandomi, chiudendo gli occhi sentii le nostre labbra strofinarsi e giocare, prima di fondersi insieme ancora una volta.
Ci siamo mossi lentamente in quel bacio, sino a che non lo feci sedere sopra di me, stretto ancora di più tra le mie braccia, in quella posizione che profumava squisitamente di possessività.
E poi ci guardammo ancora negli occhi, a lungo, dolcemente, lui cercava con timidezza il mio sapore sulle proprie labbra, mordendole, sentendole così calde come le avevo sentite io, e pochi istanti dopo vidi nascere un piccolo dolce sorriso.
“Grazie…”
Mi ringraziò per la prima volta, la sua voce solo un lieve soffio caldo che profumava ancora di baci, ero talmente stordito da tutte quelle tenere emozioni che mi invadevano, che nemmeno trovai un attimo per chiedergli che cosa avessi fatto che meritasse un ringraziamento.
Gli sorrisi però, prendendo le sue mani calde tra le mie e portandomele intorno al collo, le sue dita sottili mi sfioravano la pelle e i capelli mentre io lo strinsi ancora più nel mio abbraccio.
Rifugiò il visino nel mio collo, strusciandosi come farebbe un gatto, facendomi fremere al tocco freddo della punta del suo naso, e intanto mi inebriavo con il profumo dei suoi capelli, perdendomi in quella sublime incoscienza che fa venire i vuoti allo stomaco dall’emozione.
Sentirlo così dolce e remissivo sotto le mie braccia, mi aveva sbloccato qualcosa dentro, non riuscivo più a controllare le mie azioni, le mie emozioni.
I suoi capelli erano sottili e morbidi mentre scorrevano tra le mie dita, sentii un piccolo bacio posarsi sul mio collo e impazzii, era la stessa identica sensazione del sentirsi scivolare, cadere, senza possibilità di riuscire a fermarsi, e nemmeno volevo farlo.
Ricordavo quei mille baci dati, quei mille baci ricevuti, senza che un briciolo di sentimento si facesse strada in me, ero uguale a tutti gli altri?
No, volevo dimenticarli, volevo cancellarne il sapore, sentivo in me l’inspiegabile desiderio che le mie labbra fossero pure e intoccate come quelle del ragazzo che tenevo tra le braccia, cancellavo quei baci senza amore in altri baci pregni di dolore, non ti facevo del male, mentre ti baciavo, vero, Saga?
Lui tremava, sempre di più, stretto tra le mie braccia.
Quell’abbraccio dallo squisito sapore di possessività si faceva sempre più stretto, lui tremava, ma non mi allontanava, si faceva anzi più vicino a cercare le mie labbra e la mia lingua, ormai succube di quell’umida carezza che, ne ero sicuro, gli faceva sentire le scosse lungo la schiena, i brividi caldi, come li sentivo io.
Le sue dita si insinuarono tra i miei capelli quando posai le labbra sul suo collo, era così bianca la sua pelle, era normale che si arrossasse così velocemente sotto i miei tocchi?
In quell’inesorabile discesa verso l’incoscienza, una discesa fatta di baci carichi di passione e dolci carezze, lenti approcci l’uno verso l’altro che ci permettevano di conoscere i nostri corpi e sfiorare i nostri cuori, ci guardammo per un istante.
Le gote rosse e gli occhi lucidi, le sue mani strette tra i miei capelli e le sue labbra ad un soffio dalle mie, desiderio di qualcosa di più e paura di rovinarlo per colpa della fretta, paura mia, paura ceca che un tocco di troppo l’avrebbe allontanato da me.
Gli ho sorriso, le nostre labbra erano così vicine, la volontà di un essere umano non è mai stata una cosa forte.
La volontà è una cosa debole, la decisione è solo uno spettro, non esiste veramente, uno spettro pronto a sparire e spezzarsi per sempre di fronte alla visione di un’innocenza così tremendamente sensuale, di fronte a occhi lucidi e labbra rosse di baci di passione, ed un sospiro che sapeva ancora della mia bocca.
Mi sono trattenuto, però, sapevo che altrimenti quella splendida visione non mi si sarebbe più presentata, rea qualche carezza di troppo.
Ci siamo guardati, ancora, un bacio a fior di labbra, prima che lo lasciassi libero dalla prigione delle mie braccia, libero di sorridermi e giocare brevemente con le mie dita, lo sguardo basso velato di un imbarazzo dolcissimo, che non avevo mai visto in nessuno.
Le sue dita sottili si intrecciavano e si scioglievano dalle mie in pochi istanti, lo guardavo accarezzandogli i capelli con l’altra mano, scegliendo accuratamente le parole che avrei voluto dirgli.
Volevo dirti tante cose, Saga.
Volevo dirgli che vedere sul suo collo bianchissimo i piccoli segni rossi sbocciati dalla reciproca passione di un momento mi faceva fremere e vergognare, fremere credendo che un giorno avremmo approfondito quella passione, vergognare, da morire, per non averla saputa tenere a freno.
Volevo dirgli che nonostante tutto mi ero reso conto di adorarlo, di adorare lui e i suoi misteri, tanto da avermi indotto a credere che i nostri baci erano stati perfetti.
Sono nato per questo, per baciare esattamente lui.
Ma tutte quelle parole pregne di un romanticismo troppo accurato per appartenermi, mi sembrarono ridicole, nel momento in cui aprii la bocca per parlargli.
E cercai una via di fuga, una qualunque, non volevo rovinare il nostro momento con stucchevole romanticismo da libro stampato.
Gli sorrisi, quindi, accarezzandogli il viso e le labbra, era talmente bello in quel momento, quel lieve sorriso che sapevo essere per me, solo per me, lo illuminava.
E una semplice frase di routine mi sembrò la più appropriata, forse nella vaga speranza che anche quei nostri baci e quelle carezze sarebbero divenute routine, un giorno.
“Preparo la cena…”
Lui annuì dolcemente, mi rubò un altro piccolo bacio, prima di scendere dalle mie gambe, lasciandomi alzare.
Mentre io andavo verso la cucina, lui si diresse verso il bagno.
La sua flebile voce, così bassa, calda e dolce, intonò una canzone in pochi sussurri, si fermò davanti allo specchio, con ancora quel sorriso bellissimo sul viso.
La sua mano destra si sfiorò il collo, proprio lì dove le mie labbra avevano impresso i loro segni appena rossi di passione, e sorrise, sorrise ancora di più.
Abbiamo cenato l’uno accanto all’altro, rispondevo ancora alle sue mille domande, velate di quella curiosità infantile e ingenua che così tanto mi aveva attratto di lui.
E ancor più mi attraeva il modo in cui abbassava gli occhi quando incontrava il mio sguardo, arrossendo al ricordo di quell’accenno di passione da cui ci eravamo lasciati trascinare, e forse il desiderio di incontrare di nuovo le mie labbra e le mie mani…?
O forse era solo l’immaginazione di un ragazzo ormai perso sulla scia dei piccoli misteri che sì, mi sembrava di risolvere, al solo notare un sorriso o un piccolo broncio a qualche mia parola in più, stavo sciogliendo il suo mistero, lentamente.
E dopo la cena, dopo la doccia, i miei capelli erano ancora umidi quando varcai la soglia della stanza dove lo lasciavo dormire, per vederlo steso tra le coperte bianche, così sensualmente attraente.
Un ginocchio appena sollevato, un piede bianchissimo scivolato tra le lenzuola, un libro aperto all’altezza del suo viso, i suoi occhi bellissimi che scorrevano sulle parole forse senza realmente vederle, perché non appena sentì i miei passi, lo posò sul comodino accanto a sé, e mi guardò.
La pazienza, questo imparai con Saga, la pazienza.
La pazienza infinita di passi mossi senza fretta, per paura di spezzare una magia che non ero certo fosse ancora nata, passi felpati sino a quel futon, a sfiorare con le mie quelle mani tese.
Carezze lente tutte piene di immaginazione, chiudevo gli occhi sfiorando i suoi fianchi con le mie mani, senza andare oltre, immaginando come era liscia la sua pelle sotto la stoffa, ma senza inoltrarmi a cercare ciò che non mi era ancora stato dato il permesso di avere.
Il buio di quella stanza aiutava la nostra pazienza, credo.
Le sue dita sottilissime dovevano percorrere tutto il mio viso per trovare i miei capelli, bagnarsi d’acqua ancora intrisa del profumo dello shampoo, e il buio mi lasciava solo la possibilità di immaginare quei piccoli sorrisi che si formavano sul suo viso ogni volta che ci trovavamo.
Era tutta una questione di sensazioni, quando ti portano via la vista, tutti gli altri sensi si amplificano, moltiplicando lo stordimento dei sentimenti.
Il tatto.
La sua pelle era talmente liscia sotto le mie dita, quando gli sfioravo le labbra, le palpebre chiuse, i suoi lineamenti dolci, e scendevo lungo il suo collo e le sue spalle coperte di fine stoffa, e nonostante tutto, percepivo il suo corpo diventare ancora più caldo, quando si premeva al mio.
L’olfatto.
Il profumo del suo corpo lo sentivo benissimo, nel momento in cui si fece più vicino a me, permettendomi di insinuare una gamba tra le sue, chiudendoci così in quell’intreccio di corpi.
Respiravo lungo la linea del suo bel collo bianco, aveva un odore dolce, di pulito e prodotti da bagno che conoscevo bene, e quel qualcosa in più che era suo, unicamente suo.
L’udito.
I piccoli sospiri, le piccole risate, naufragavano in fretta tra le nostre labbra, ma mi piaceva sentirli.
I sospiri che si rompevano quando insinuavo le dita tra i suoi capelli lisci, accarezzandoli, baciando le sue palpebre chiuse; le risate senza fiato, divertite, quando trascinati dal momento ci lasciavamo andare ad un bacio un po’ più appassionato, a qualche morsetto sul collo, forse conscio del fatto che la mattina dopo avrebbe potuto guardare con tenerezza altri segni rossi sulla sua pelle bianchissima.
Il gusto.
E in quegli infiniti silenzi ci accostavamo, toccando le nostre labbra con carezze gentili, la punta della sua lingua segnava i contorni delle mie dita e io fremevo, sorridevo, e immaginavo i suoi lineamenti anche se il buio non mi permetteva di vederli.
E pochi istanti dopo le nostre labbra si incontravano di nuovo, con l’accenno di desiderio che si perdeva nei nostri corpi premuti l’uno all’altro, e tutto il mio corpo, tutto, era proiettato a sentire il suo sapore, e quei brividi dati dal semplice sfregarsi delle nostre labbra, cercarsi delle nostre lingue.
Mi ha detto mille volte “grazie”, quella notte.
Quando lo baciavo, quando gli accarezzavo i capelli.
Quando mi mossi appena, allontanandomi solo un istante a prendere le lenzuola calde dei nostri corpi, per coprirci entrambi.
Le nostre labbra erano ancora vicinissime quando ci siamo addormentati, reduci di un bacio lungo e profondo, finito in un lungo respiro che sapeva della bocca dell’altro.
Durante quei giorni imparai molte altre cose, oltre alla pazienza.
Imparai a riconoscere addosso ad altri l’odore del mio corpo, dopo aver passato una notte intera a dormire così vicini da non capire nemmeno più quali erano le mie mani e quali le sue.
Imparai a rimanere in silenzio, senza fretta, ad ascoltare i respiri calmi di un ragazzo addormentato tra le mie braccia, imparai a riconoscere i piccoli movimenti delle sue palpebre che precedevano il suo risveglio.
E il suo sorriso alla mattina, le sue labbra così vicine alle mie, la mia voglia di baciarle e la consapevolezza che potevo farlo.
Imparai a svegliarmi sentendo le mie braccia attorno alla sua vita magra, le nostre gambe intrecciate e intrappolate tra le coperte, le sue mani sul mio collo e sul mio petto, i suoi occhi chiusi.
Imparai a riconoscere le sue abitudini, anche.
A Saga piaceva quando lo svegliavo con piccoli baci su tutto il suo viso, adorava svegliarsi così come ci eravamo addormentati, persi tra baci e carezze, senza bisogno di parlare.
Gli piaceva guardarmi mentre preparavo la colazione, preferiva che ci svegliassimo molto prima perché adorava bere the caldo e mangiare biscotti, sdraiato con me tra le lenzuola scomposte di un futon ancora caldo del nostro sonno.
Era delizioso vederlo scoprire le strane gioie di stare con qualcuno, scoppiare in una piccola risata tenera mentre correva in bagno, battendomi sul tempo per farsi la doccia, perché così, quando sarei uscito io dal bagno, lui sarebbe stato già asciutto e vestito, un asciugamano bianco tra le mani, pronto ad accogliere i miei capelli bagnati, piccole attenzioni che non mi avrebbe più negato.
Imparai anche che la routine non è sempre soffocante, a volte è una splendida isola di pace, tra le ripetitive prove con il mio gruppo, io sapevo che se avessi girato lo sguardo lui sarebbe sempre stato lì, i suoi grandi occhi castani puntati verso di me, e un dolcissimo sorriso a dirmi “ti aspetto”.
L’ho visto osservare i segni sul proprio collo le prime mattine, un’espressione a tratti tenera a tratti preoccupata, nasconderli dietro una sciarpina scura prima di uscire, prendendomi la mano con un sorriso.
Presto, però, l’intimità delle nostre notti si fece più calda, tanto che imparai a lasciare quei piccoli segni rossi, che adorava sfiorarsi davanti allo specchio, in zone della sua pelle bianchissima che non venivano esposte durante il giorno, in modo che non dovesse preoccuparsi degli sguardi indiscreti dei ragazzi del mio gruppo.
Così, quando lasciavo i miei piccoli marchi di studiata passione sulla sua pelle bianchissima, accanto al suo ombelico, sorridevo al pensiero del suo sguardo dolce quando li avrebbe visti, e fremevo, pur senza spingermi mai oltre quel limite che con infinita pazienza stavamo spostando di pochi millimetri ogni notte.
Il suo sguardo era diverso, quella mattina.
Non incontrava quasi mai il mio, e quando succedeva, il suo bel visino si trasfigurava in un debole sorriso forzato, niente di vero, niente di intimo, diverso da quello che avevo imparato a conoscere in tanti giorni di stretta convivenza.
C’era un’accennata vitalità data dalla paura, nei suoi occhi, quella mattina, durante le prove.
E spaventato dalle mie stesse azioni, spaventato io stesso che potessero essere andate troppo oltre per la prima volta, febbrilmente ripercorsi tutte le nostre carezze di quella notte.
Sorrideva, come sempre, a tutti i miei baci e a tutte le piccole parole sussurrate tra labbra troppo vicine per resistere alla tentazione di incontrarsi, sorrideva come sempre ed era bellissimo, appena illuminato dalla luce di qualche lampione che filtrava attraverso le tende bianche.
Ormai da qualche notte, l’inutile tessuto aveva imparato a farsi da parte dopo molte e molte carezze, lasciandoci l’uno accanto all’altro, a respirare a fondo, il mio petto nudo contro il suo, la sua pelle bianca che finalmente scorreva lenta sotto le mie dita.
Lo baciavo lungo la linea del suo cuore che batteva forte, il suo petto che si empieva e si svuotava d’aria così velocemente, sulla pancia così magra, piatta, bianca e appena solcata da quei marchi rossi che ero io stesso a lasciare, come un tracciato da seguire.
Rideva appena, divertito dal lieve solletico delle mie labbra, io ridevo con lui.
Ci guardammo negli occhi, ci baciammo ancora e ancora, stretti in quella morsa tanto decisa da essere quasi dolorosa, per lo meno per me, soprattutto per l’intensità che mi trasmetteva, intensità che mi era sempre stata sconosciuta, sino a quel momento.
E dopo quel bacio, le sue dita sottili presero la mia mano, ero io a tremare, in quel momento.
Guidò la mia mano con estrema lentezza sulla cerniera dei suoi jeans, insormontabile ostacolo che invece riuscii a superare, sciogliendo di poco quel mistero, rifugiando e nascondendo la mia timidezza in altri baci, ancora più carichi di passione.
Reciproche carezze e reciproci sospiri di desiderio, zittiti da più e più baci a fior di labbra, un nome sussurrato prima che vedessi i suoi occhi chiudersi e il suo respiro morire in un fremito, e sentire un dolcissimo liquido bagnare le mie dita, consapevole che lui, in quel momento, provava le mie stesse, identiche sensazioni.
Era stato tutto perfetto, questo mi ripetevo, la mattina dopo.
Le nostre pelli nude respirare a fondo, a contatto stretto, i nostri sorrisi inteneriti e i nostri baci dal sapore di desiderio, il rivestirsi a vicenda con quel filo latente di imbarazzo e quel sentirsi un po’ sciocchi proprio per quell’imbarazzo, ancora baci, ancora carezze, e poi il guardarlo dormire.
E mentre lui dormiva sul mio petto, le sue labbra a sfiorare il mio collo come se mi stesse regalando infiniti baci durante il suo sonno, assaggiai il sapore del suo piacere, di nascosto, come un ladro, chiudendo gli occhi al sentirmi invadere da tutto ciò che mi sembrava esistesse di più bello al mondo.
Ma la mattina dopo era spaventato, rannicchiato in quell’angolo con le ginocchia al petto, raramente sollevava gli occhi e si guardava intorno, era colpa mia?
Non appena decidemmo di prenderci una pausa, lasciai uscire tutti dalla stanza, mi morsi un labbro, andai a sedermi di fronte a lui, a gambe incrociate.
Sollevò appena gli occhi, per sincerarsi che fossimo soli nella stanza, e poi allungò le gambe sulle mie, permettendomi di ricevere quel contatto fisico che era divenuto ormai la mia droga.
Gli accarezzai le ginocchia con la punta delle dita, lo guardai, aspettando una sua reazione.
Ma lui mi guardava, in silenzio, un sorriso sempre più lieve disegnato sulle sue labbra piene e calde, quelle labbra che mi chiamavano ogni istante di più.
“Saga, c’è qualcosa che…”
Non potei finire la mia domanda, non ci riuscii.
Come un argine che cede, qualcosa in lui si è rotto, sospingendolo velocemente verso di me, le sue mani ai lati del mio volto, a cercare le mie labbra, i miei baci, il mio sapore, facendo nascere in me il pensiero e la sempre più nitida speranza, di star diventando qualcosa di importante nella sua vita, una droga, un nettare fondamentale così come lui lo era per me.
Sotto le mie mani, erano piccolissime le sue spalle.
Erano piccole e tremavano, le strinsi appena e lo spinsi ancora di più verso di me, lasciai cadere le mie dita lungo la sua schiena, la sua colonna vertebrale tesa, in quel bacio che ci rubava l’aria, come avrebbe potuto fare solo un bacio davvero necessario.
Quando ci rilasciammo, nei suoi occhi vidi la consueta luce che ormai conoscevo bene, un timido “grazie” sussurrato tra le sue labbra e le mie, prima che si allontanasse appena, lasciando ai nostri corpi il tempo di trovarsi in una posizione più comoda.
Ammetto che rivedere quella luce, rivederla nel momento in cui il nostro contatto fisico si strinse, mi tranquillizzò, ma mi resi anche conto che non sarei riuscito a capire ciò che lo turbava, non da lui.
Era tornato ad essere il dolce Saga, tra le mie braccia, quel ragazzino misterioso che aveva investito la mia vita, timido e forse troppo puro ai miei occhi, che si imbarazzava più per un bacio che per una carezza un po’ più intima, contornato di stranezze che mi sembravano sempre più affascinanti.
Non siamo riusciti ad alzarci per uscire a mangiare, né a dire una sola parola.
Ci siamo persi nei contorni ormai familiari dei nostri visi e nei nostri corpi, tra labbra sfiorate e accarezzate, a lungo, come una ricerca di sicurezza che ci era mancata per pochissime ore.
Avevo dimenticato il suo sguardo disagiato e impaurito di pochi istanti prima, riuscivo a ricordare solo i suoi baci e le sue mani racchiuse attorno al mio viso, i suoi occhi felici e il suo sorriso tenero.
Ma persino quel momento di pace è finito, ritrascinandomi nel buio della routine che non amavo, la routine che non comprendeva il passare il mio tempo con Saga.
E i suoi occhi, i suoi occhi tornarono a spegnersi.
Non suonai bene, quel giorno, ne sono consapevole.
Le mie dita erano consumate più dalle carezze che dallo stridere delle corde del mio basso, la mia mente era dedita solo a Saga, alla vista di Saga, di nuovo in quell’angolo, di nuovo in silenzio, di nuovo senza un sorriso.
Alla pausa successiva, mi voltai solo per riporre il mio basso, e lui non c’era più.
La sola mancanza di quella figurina bianca e sottile nella stanza mi fece sentire male, ero diventato già così dipendente dalla sua costante presenza nella mia vita, da provare sul mio stesso corpo gli effetti simili in tutto e per tutto a quelli di una crisi d’astinenza da sostanze stupefacenti.
Alcuni dei ragazzi erano rimasti a chiacchierare, altri erano usciti, come sempre.
Ma io non rivolsi la parola a nessuno, e uscii velocemente dalla stanza, alla ricerca disperata della mia droga, consapevole che se la mancanza fosse persistita un minuto di più, sarei crollato.
Fuori dal garage allestito da sala prove, c’era il sole, che mi investì e mi stordì per un istante, lasciandomi spiazzato, lasciandomi forse il tempo di prepararmi psicologicamente.
I miei occhi ancora non erano abituati a quella luce, però già sentivo delle voci, voci conosciute.
Quella bassa e dolce del mio amante, quella lenta e strascicata del mio chitarrista.
Ma il fatto che i miei occhi finalmente si abituassero al sole e mettessero a fuoco la scena, non mi aiutò.
Non riconobbi Saga, quello non era il mio Saga.
Quel ragazzo era il Saga di qualcun altro, l’immagine che mi si presentava davanti agli occhi per nulla si riconduceva all’immagine nitida nella mia mente del mio dolce amante steso nel mio futon, che mi ringraziava ad ogni bacio, che mi baciava ad ogni carezza.
Ciò che vedevo era un ragazzo sensualmente sfrontato, ancora più bianco del muro a cui era appoggiato, un sorriso finto sulle sue labbra splendide, gli occhi rivolti altrove.
Si stringeva nelle spalle, mantenendo le sue dita sottili ancorate ai passanti dei jeans, un piede contro il muro e qualche risatina sciocca, prima di scuotere un po’ la testa, le sue lunghe ciocche color sabbia che gli dondolavano davanti a quel visino perfetto.
Mi avvicinai solo di pochi passi, guidato da una forza misteriosa, una gelosia bruciante, quel poco da consentirmi di capire le parole che si scambiavano.
Il mio chitarrista era così vicino a Saga, così vicino da farmi bruciare il petto, un braccio appoggiato al muro accanto al suo viso e l’altra mano che gli coglieva il mento, ogni tanto, senza però – di questo ne ero certo, certo – riuscire mai a ottenere il suo sguardo nel proprio.
“Che cosa ti costa, Saga? Consideralo un favore personale, ad un vecchio… amico.”
Il mio Saga riemergeva ogni tanto, notavo lampi di sofferenza in quei suoi occhi così belli, prima di tornare a essere il ragazzo sensualmente sfrontato.
“Quando mai siamo stati amici, Makoto?”
Nonostante lo chiamasse per nome, la mia bruciante gelosia mi imponeva di pensare che il nome del mio chitarrista non assumeva tra le labbra di Saga lo stesso dolce suono che aveva il mio, quando lo pronunciava.
“Prima di comparire qui non eri così scostante…”
“Non mi conosci affatto, evidentemente.”
Febbrilmente cercavo di tirare in fretta le fila del loro discorso, nascosto contro quel muro li osservavo, soffrivo del fatto che Saga parlasse con lui molto più di quanto avesse fatto le prime volte con me.
“Dai, Saga… non ti costa niente… costa a me, semmai. E anche salato, conoscendoti.”
Makoto ridacchiava, sembrava divertito da tutta quella situazione.
Saga sembrava invece stranamente a suo agio, in quella negoziazione di una merce che ignoravo, ma che – dolorosamente – cominciavo ad intuire.
“Se pensi che io sia caro, guardati meglio intorno.”
E di nuovo si ritraeva, velocemente si alternavano quel ragazzo che non conoscevo e il mio Saga, come un muto combattimento all’interno di quel corpo bianco che stavo imparando a conoscere, un lampo diverso nei suoi occhi mi permetteva di capire quale parte di lui avesse il sopravvento in quel momento.
“Mi stai dicendo che sei un’offerta speciale?”
Il sorriso sporco di Makoto in quel momento mi fece rabbrividire, prudere le mani, la voglia di prenderlo, toglierlo da davanti al mio Saga era così forte che per un attimo temei che non sarei riuscito a domarla, ma fortunatamente, ancora una volta la mia razionalità ebbe la meglio, e rimasi immobile a seguire la scena.
“No. Non sono più niente, adesso. Ho smesso, te l’ho già detto troppe volte. Ora, se non ti dispiace…”
Saga si mosse appena, cercando di spostarsi da quella scomoda posizione e tornare dentro, tornare da me.
Ma il chitarrista fu più veloce di lui, la sua mano si mosse, dal mento alla spalla di Saga, e lo bloccò al muro, le braccia fragili del mio amante non potevano contrastare i muscoli forti di Makoto.
“Chi nasce puttana, rimane puttana, Saga…”
Feci appena in tempo a sentire poche parole, a vedere ancora una volta il sorriso sporco di Makoto ed il suo corpo premersi addosso a quello di Saga, che nei suoi occhi notai quel lampo, lampo di paura, lo stesso di quella mattina, un’indecifrabile espressione che mi comunicava chiaramente che in quel momento era solo lui, era solo il mio Saga, che stava per subire una violenza, un’altra violenza.
Mi mossi velocemente sino ad essergli addosso, a prenderlo per un lembo della sua maglia scura e spostarlo dal corpo di Saga premuto al muro, in silenzio e con gli occhi serrati, come a non voler sentire lo sparo finale.
E colto da una ceca furia, buttai per terra il mio chitarrista, la mente annebbiata dalla gelosia e dal dolore di non aver capito nulla di quel discorso che avevo appena sentito, dal dolore di aver capito anche troppo, e di non voler credere a nulla.
Uno schiaffo, poi un altro.
Un pugno in pieno viso, il rumore di qualcosa che si rompe, un calcio a quel corpo rimasto a terra, mi sentivo qualcosa di bagnato sulle guance, riversavo tutto su di lui, e non sentivo più nulla.
Né le sue urla, né quelle dei miei compagni richiamati dal rumore, niente.
Solo un nome, ad un certo punto, il mio nome, urlato da una vocina calda spaventata, due piccole mani fredde al mio braccio.
“Nao!”
Mi fermai, mi lasciai ricadere all’indietro, tra quelle braccia sottili che mi allontanavano, come in un film vidi la scena dei miei compagni di gruppo accorrere in soccorso di Makoto, tamponargli il viso sporco di sangue, aiutarlo ad alzarsi.
In tutti quegli sguardi insicuri, pieni di incomprensione e di domande, l’unica cosa che notai fu quello di Saga, lucido e spaventato.
Le sue braccia sottili erano strette attorno alla mia vita, lo tenevo accostato al mio corpo con un braccio, piangeva in silenzio contro il mio collo, e mi faceva malissimo.
Senza una parola andai verso la mia macchina con lui, gli altri quattro ragazzi che mi guardavano, forse urlandomi di dare spiegazioni, che ovviamente non diedi.
Saga al mio fianco continuava a piangere, mentre tornavamo a casa, quelle lacrime silenziose si limitavano a scorrere sulla sua pelle bianchissima, senza nemmeno un singhiozzo, il pianto delle persone forti.