
2. VELLUTO
Sollevo lo sguardo e lo riporto su di lui, mentre continuo a girare quasi meccanicamente gli udon caldi aspettando che finiscano di cuocersi.
Ha di nuovo delineato sul viso quel piccolo broncio adorabile, quello che indossa sempre ogni volta che non riesce a togliersi qualcosa dalla testa.
La penna è perfettamente in equilibrio sul quaderno, ma i suoi occhi, per una volta liberi dalle lenti a contatto colorate, sono persi altrove, al di là della finestra, nel vuoto.
Divido gli udon in due porzioni, prendo le bacchette e vado a sedermi accanto a lui sul divano, ma sembra troppo assorto persino per rendersi conto della mia presenza.
Sorrido tra me e me, per richiamare la sua attenzione gli scosto appena una ciocca bionda dagli occhi con due dita, anche se mi stupisco di me stesso mentre lo faccio, arrossisco da solo.
Ma perdo un battito, quando lui mi blocca la mano tenendola nella propria, e mi guarda negli occhi, fisso.
Ecco che riappare, il mio solito terrore di aver fatto qualcosa di sbagliato, di essermi spinto troppo oltre.
Mi sento le ginocchia tremare, effettivamente non mi è mai stato dato il consenso, verbale o non, di lasciarmi andare nelle affettuosità anche quando siamo da soli, al di là dei giochi davanti agli altri.
Ecco che ho rovinato tutto.
Ecco che… ecco che mi sciolgo, completamente, quando lui si apre in un sorriso dolce.
“Sei un tesoro, lo sai, sì?”
Porta la mia mano alle sue labbra e lascia un piccolo bacio sulle mie dita, le stesse due dita che avevo usato per scostargli la frangia dagli occhi.
Poi mi lascia la mano, accennando una piccola risata, acchiappando immediatamente piatto e bacchette e cominciando a mangiare, sembra abbastanza affamato.
Io però sono congelato, non è colpa mia.
Non riesco a muovere neanche un muscolo, semplicemente rimango fermo ad osservarlo mangiare, distrarsi, accendere la televisione, mangiare di nuovo, ridere.
Certo, potrei stare qui a studiare tutti i suoi cambi d’espressione continuando a sorridere come un ebete.
Peccato che correrei il rischio di sembrare solo un ragazzino poco intelligente che ha definitivamente perso la testa… che è quello che sono, al momento.
Potrei, ma potrei anche riscuotermi e prendere il piatto, cercare di ricompormi insomma.
Niente. Non c’è verso che io riesca a masticare pare.
A deglutire qualcosa meno che mai.
Meglio lasciare perdere.
Meglio anche cercare di concentrarsi sulla televisione invece che su di lui.
Accidenti, queste serate stanno diventando faticose.
“Non hai fame?”
Ora sono i suoi occhi ad essere puntati su di me, il suo tono è appena preoccupato, scommetto che ha messo il broncio.
“Non molta…”
Questa è una balla. Oh, se lo è.
Certo che ho fame, ho molta fame.
Più che fame, ho l’insana voglia di nuotare in una vasca di dolciumi.
Ma comunque… non è questo il punto. Il punto è che per colpa sua non riesco a mangiare.
Dovrei portarmelo sempre dietro, e fargli fare qualcosa di simile ogni volta che mi viene un attacco di fame.
L’idea tutto sommato non mi dispiace.
“Piccolo Naooo~ … devi mangiare!”
Non appena mi volto a guardarlo, appuro che effettivamente ha messo su il broncio, e gli dona da morire.
Com’è possibile questa cosa?
E perché il semplice guardarlo negli occhi mi congela il cervello?
Maledetto.
Lo osservo inerme prendere le mie bacchette e tirare su qualche udon, portandolo poi alle mie labbra.
“Su, questo boccone per Sagacchi…”
Tenta di imboccarmi come si fa con i bambini e, inevitabilmente, scoppio a ridere vedendo la sua espressione, ha stranamente un’aria materna, e la cosa mi diverte da morire.
“Quanto sei scemo…”
“Probabile, ma ciò non toglie che tu debba mangiare! Apri la boccuccia, su…”
Insiste, con quegli udon a mezz’aria.
Tanto che alla fine cedo, e riesco ad accontentare la sua richiesta cercando di placare le risate.
Lui mi sorride, guardandomi masticare con calma nel vago tentativo di non strozzarmi, visto che ancora non ho smesso di ridere, sollevando poi la sua mano libera ad accarezzarmi i capelli.
“Bravo, piccolo Nao… ora su, questo boccone è per le sacre chiappe di Sagacchi…”
Mi porge di nuovo un paio di udon, ma questa volta le mie risate sono troppo irruenti perché io riesca a calmarle, e gli colpisco scherzosamente un fianco.
“Scemo!”
Glielo ripeto ancora, sì, dopotutto è adorabilmente scemo.
Ma lui persiste, la sua risata leggera e sonora si accompagna alla mia, mentre avvicina ancora le bacchette alle mie labbra.
“Mangia, su! Non puoi mica fare una simile offesa alle mie chiappe, no?”
Questo è dannatamente vero.
È riuscito a farmi mangiare tutto, incredibile.
E, come due perfetti idioti, siamo finiti ad imboccarci a vicenda ridacchiando.
Ci avessero filmato questa sera, altro che fanservice…
Però, però. Il suo modo di fare continua a torturarmi, sì, è mai possibile che non si renda conto che abbiamo varcato quella sottile linea imposta dalla società tra un’amicizia tra ragazzi e qualcosa di più?
Sono felice quando passiamo insieme il tempo. Davvero felice.
Però questo nostro stuzzicarci mi porterà alla follia, so che lo farà.
Perché sono consapevole che il mio modo di stuzzicarlo è un desiderio di capire qualcosa di più di lui, un desiderio di qualcosa di più e basta.
…Ma il suo?
Accidenti a me. Mi sto facendo le seghe mentali come una dannata ragazzina adolescente.
Tutto per colpa sua, poi.
E ora invece continua a guardarmi, e io continuo a chiedermi con quale assurdo trucco sia riuscito a convincermi a mangiare anche il dolce.
Ritiro tutto, non è utile alla mia dieta. È dannoso, molto dannoso.
Le sue dita sottili da bassista prendono una fragola, immergendola appena di più nella crema della quale già è ricoperta.
Credo di aver assunto uno sguardo terrorizzato, perché ora mi sorride, portando la fragola alle mie labbra, sporcandole di crema.
“Anche questo boccone è per Sagacchi…”
La sua voce ora è bassa però, un sussurro.
…….Vuole uccidermi?
Comincio a mordere piano quella fragola, un pezzo per volta, ma non riesco a staccare gli occhi dai suoi.
Vorrei mordere lui, invece.
Mi rendo conto che la fragola è finita solo quando incontro le sue dita, che percorrono la linea delle mie labbra ripulendole dalla crema, continuando a sorridermi malizioso.
Si porta poi il dito tra le proprie labbra e lecca via la crema, lentamente, prima di alzarsi.
“E’ tardi piccolo Nao. Io vado.”
Ci metto un po’ a rendermi conto di quello che mi dice, ho ancora il cervello congelato dalla visione di quella scena favolosa di poco fa.
Come può pretendere di comportarsi così senza far ammattire la gente?
Ma poi… lo farà con tutti? O si diverte solo con me, perché ho un’espressione buffa?
“Per colpa tua domani devo fare il doppio della dieta!”
Nonostante tutto riesco ancora a scherzare con lui, a farlo ridere, e questo mi rende abbastanza fiero.
Almeno so che non è ancora tutto perduto, per quanto riguarda la mia sanità mentale intendo.
Finalmente riesco a dare l’ordine alle mie gambe di farmi alzare in piedi e lo affianco.
Lui mi passa di nuovo un braccio attorno alle spalle, come fa sempre, andando in direzione della porta, facendomi capire che vuole che lo accompagni.
“Ma io non voglio che tu stia a dieta, Nao… sei così carino!”
E credo anche che dovrebbe smetterla di fare così.
Perché messo come sono potrei mandare tutto all’aria… e per tutto, intendo proprio “tutto”.
Magari rovesciandogli addosso la crema rimasta e poi leccandolo.
Così addio dieta e addio ultimo residuo di sanità mentale.
E anche io dovrei smettere di fare certi pensieri davanti a lui, potrebbero riflettersi troppo in fretta sul mio corpo, e ho sempre la sgradevole sensazione che mi legga nel pensiero.
Sarebbe davvero alquanto imbarazzante.
Arrivati davanti alla porta mi porta entrambe le braccia attorno al collo, stringendomi come se dovessimo rimanere separati per mesi, e non solo per poche ore.
Ma non posso farci nulla, semplicemente ricambio il suo abbraccio stringendolo alla vita, sorridendo quando fa schioccare le sue labbra contro la mia guancia.
“Ci vediamo domani mattina, piccolo Nao…”
Ha un sorriso davvero delizioso quando non si atteggia, è genuino, mi piace perché sembra che i suoi occhi brillino.
Mi piacciono anche i piccoli segni che si formano sulle sue guance quando il sorriso si amplia, si possono notare solo quando si è davvero vicinissimi a lui.
Stringe ancora un po’ le braccia attorno al mio collo, e si accosta, ancora, è talmente vicino che posso sentire il soffio caldo del suo respiro leggero.
È solo un istante, le sue labbra sfiorano le mie come per sbaglio, e poi si allontana di nuovo.
“Dormi bene!”
Mi rilascia, sparendo oltre la porta, lo sento correre giù per le scale.
…dormire?
E come cavolo pensa che farò, a dormire?