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6. QUESTION


Mi ricordo bene quella mattina. Avevano entrambi stampata in viso l’espressione da “ehi ragazzi, noi questa notte abbiamo fatto sesso, e voi?”.
Non che fosse una cosa inaspettata, certo.
Più o meno da quando avevamo cominciato a registrare, tutti noi avevamo osservato e studiato il loro avvicinamento con la stessa professionalità di un guardiano dello zoo che guarda l’accoppiamento di due bestie in estinzione, due panda, tipo.
Hanno cominciato con piccoli sorrisi, con Saga che si offriva di accompagnare Nao a prendere il caffè durante le pause, Nao che chiedeva a Saga se voleva compagnia mentre componeva, altri sorrisi, sfiorarsi di mani, sfiorarsi che diventavano abbracci amichevoli, sempre meno amichevoli.
Poi una sera Saga è andato a casa di Nao.
E la mattina dopo sono arrivati insieme.
La sera dopo idem… e la mattina dopo anche. Così per giorni.
Ma no, ancora non avevano in volto quel tipico sorrisino soddisfatto, e quell’espressione.
Non come quella mattina, quando li guardavo sorridersi tra una registrazione e l’altra, stare seduti l’uno vicino all’altro senza toccarsi, ma con la malcelata voglia di farlo.
Tutto è diventato più chiaro nel momento in cui Sagacchi, stiracchiandosi stanco per la giornata, alzando le braccia si sollevò la maglietta, mostrando un bel segno violaceo sulla pancia, di media grandezza, e che oltretutto sembrava proseguire oltre la cintura dei pantaloni.
Lo sguardo di Nao si posò per un attimo su quel segno, arrossì, intercettò lo sguardo di Saga, altro sorrisino.
Shou, però, aveva l’aria da criceto incazzato.
Sono bestioline molto incazzose, i criceti, anche se non sembra.
Provate a mettergli un biscotto tra le zampette, lasciarglielo abbastanza a lungo da fargli credere che potranno mangiarlo, e poi toglierglielo di colpo.
Ecco, Shou aveva l’aria di un criceto con le zampette tese, che continuava a rosicchiare dove prima c’era il biscotto che gli è stato portato via.
Hiroto sembrava come al solito allegro, un po’ perso nei suoi pensieri, divertito dalla cosa e a tratti un po’ preoccupato per il criceto incazzoso.
Quanto a me, quelle dannate ore e ore in studio mi facevano venire sonno, era un periodo che dormivo pochissimo e non riuscivo a leggere fumetti per il troppo lavoro.
La mia mancanza di fumetti era compensata dall’attenzione che tutti noi ponevamo sulla storia d’amore tra i due piccioncini.
I primi giorni è stato molto divertente osservare come tentavano di nascondersi al mondo, ovviamente convinti che noi non avessimo intuito nulla, e che ridacchiassimo al loro passaggio per una pura e semplice stupidità… che ok, d’accordo, in parte – in gran parte, era così.
Ma certe cose sono davvero impossibili da non notare, e queste cose erano i loro sorrisini, il loro sparire insieme per cercare un po’ di intimità, il favoloso modo di Saga di buttare tutto sul ridere o con la scusa del fanservice.
Ma che fanservice è senza nemmeno una fan?
E infatti.
Fanservice non è più, nel momento in cui abbiamo beccato Nao premuto al muro fuori dalla sala di registrazione con Saga tra le braccia che gli faceva una solerte esofagoscopia.
Non che lui se ne stesse con le mani in mano eh, anzi, suddette mani erano propriamente premute sul fondoschiena del nostro bassista, e non sembravano annoiarsi affatto.
Piccolo, dolce, timido Nao… ah, però.
Peccato che la scena, niente affatto disdicevole secondo me, fosse stata interrotta da un sonoro fischio di Hiroto, che evidentemente era stato colto dai miei stessi pensieri su Nao, e da Shou che si schiariva la voce, alzando un sopracciglio, per poi tornare velocemente in sala di registrazione.
Nao assunse una delicata sfumatura color gambero, scostando in fretta le mani dal posto dove sembravano trovarsi così bene.
Saga, dal canto suo, si distaccò appena dalle labbra del suo batterista, mantenendo le mani tra i suoi capelli e il corpo premuto al suo, volgendo il viso verso di noi e sbattendo candidamente le lunghe ciglia.
“Sì?”
La sua aria talmente angelica e assolutamente convinta di non aver fatto nulla di male ci fece scoppiare a ridere, lasciando il povero Nao ancora più imbarazzato di prima.
Non che avesse fatto nulla di male, in effetti.
Io ho continuato a sorridere come un ebete, sino a quando non mi sono sentito le mani di Hiroto dietro la schiena spingermi di nuovo nella sala di registrazione, e la sua voce.
“Niente… niente, non vi preoccupate… continuate eh… su…”
Nao arrossì ancora di più, e fu l’ultima cosa che feci appena in tempo a vedere prima che Hiroto chiuse la porta della stanza dietro di noi, causando un’altra cascata di risate per noi e un’occhiataccia da Shou.

La cosa più deliziosa è che, appena un paio d’ore dopo, Saga mi ha beccato alle macchinette delle bibite.
Aveva un sorriso trionfale.
Non mi lasciò nemmeno il tempo di assimilare la notizia, in pratica, che già stava cominciando a spiattellarmi addosso tutti gli aneddoti della sua vita sessuale-sentimentale.
“Sai, Tora-shi, non è che avessi intenzione di nasconderlo, io…”
La mia, di intenzione, invece, era di farmi gli affari miei.
“Però Nao, lo sai com’è lui, è timido per queste cose…”
Nel momento in cui ho visto quella strana luce negli occhi di Saga, però, il “farmi gli affari miei” ha immediatamente perso ogni attrattiva.
Vederlo giocherellare con la lattina di coca cola, arrossire appena parlando di Nao, sorridere come un idiota… era uno spettacolo fantastico.
“Ma visto che l’avete scoperto da soli, tanto meglio… così non devo più nascondermi quando…”
Una risatina scema da ragazzina adolescente, era il culmine.
“Saga, ti prego… non voglio sapere della tua vita sessuale eh…”
Sapevo alla perfezione che quella era la frase giusta da dire, se volevo venire a sapere proprio tutto.
Lo osservai appoggiarsi alla macchinetta delle bibite, prendere un sorso dalla sua coca cola con gli occhi persi ed un sorriso scemo, sospirare.
“Sapessi com’è dolce… la prima volta che gli ho chiesto un bacio è arrossito tutto e… però lo sapevo che lo voleva anche lui, cioè, si vedeva, ma eravamo così ovvi? Sai, ridevate sempre tutti quando ci vedevate arrivare…”
In quel momento ero vagamente sconvolto dal vedere Saga ridotto in quello stato, non ero abituato né pensavo che mi sarei mai abituato.
In quale stato? Be’… balbettante a tratti e a tratti sin troppo logorroico, esaltato, intenerito, arrossito… innamorato, cazzo.
Aveva proprio l’aria innamorata.
“Però non volevo che pensasse che volevo solo portarmelo a letto, perché, dio, ci conosciamo da anni e… non che non volessi arrivare a quel punto eh, però non era la prima cosa… Cioè, sì, ma non per il fatto in sé, più per quanto avrebbe comportato e… Tora, hai capito che intendo, vero?”
Continuava a parlare, non smetteva un attimo, sembrava che prendesse il respiro in quei momenti in cui si lasciava andare alle risatine idiote.
Io lo guardavo ancora vagamente sconvolto, però annuivo, più o meno.
Non che avessi capito cosa intendesse, perché vedere Saga – SAGA, quel Saga – parlare di sesso cercando di rendere chiaro al prossimo che non era solo sesso… dio, era stranissimo.
“E come… voglio dire… com’è stato?”
Ok, mi stavo mostrando troppo interessato alla cosa. Più del solito.
Ho cercato di dissimulare con un colpetto di tosse, ma tanto era perfettamente inutile, il mio interlocutore stava guardando il vuoto con gli occhi a forma di cuoricini – o quasi, ma di sicuro non mi stava ascoltando.
“La sera dopo… cioè, da un lato avrei preferito aspettare, per non fargli credere che volessi solo quello… ma l’ho già detto questo, sì, comunque non sono riuscito ad aspettare, lo volevo troppo e…”
Sospirone, sorso di coca cola, fortunatamente sembrava talmente perso nei suoi ricordi da non notare il mio sguardo fisso su di lui.
“E’ stato bellissimo… lui è stato così dolce e… e, voglio dire, sembra timidino, no? Però è… dio, è bravo…”
Era arrivato al punto, e in quell’esatto momento i nostri sguardi si incontrarono in modo eloquente.
Quindi si era guardato intorno, accertandosi che non ci fosse nessuno, prima di avvicinarsi a me.
Sembravamo due vecchie comari o due quindicenni vicine di banco, a scelta.
“Il modo in cui mi toccava… all’inizio era imbarazzato. Lo notavo… era imbarazzato anche dal modo in cui io guardavo lui, perché, non so se mi spiego, è così carino… non potevo non guardarlo…”
Io annuivo, forse sin troppo in fretta, prendendo qualche sorso anche dalla mia lattina e rischiando anche di strozzarmi.
“Ma poi si è tranquillizzato e… be’, si è lasciato guidare dall’istinto, come sempre in queste cose. Mi guardava, mi sentivo come se fossi la cosa più preziosa del mondo e… oddio sto diventando romantico, comunque…”
“Sì, comunque…”
Gli mettevo fretta nel raccontare, non è da me.
Fortunatamente non sembrava darmi molto peso, beveva qualche sorso dalla sua bibita e sospirava, guardandosi ogni tanto intorno per vedere se fosse arrivato qualcuno.
“Ha cominciato ad accarezzarmi, ha fatto di tutto per non farmi male, doveva essere perfetto…”
Man mano che il suo racconto entrava nei particolari, potevo percepire con chiarezza il fatto che stessi un po’ arrossendo.
Però la cosa più terrorizzante è che non avevo affatto intenzione di fermarlo.
“E la seconda volta è stato ancora più bello, perché non era imbarazzato… andare a letto con qualcuno che si conosce da anni è diverso, è stato come se lo vedessi per la prima volta anche se lo conosco così bene…”
“Saga… ti stai lasciando trasportare dai sentimentalismi…”
Si era messo a ridere, con quella sua risata sonora e deliziosa, probabilmente rendendosi conto del fatto che non ero tipo da sentimentalismi, quanto più da particolari osceni.
“Non lo faccio apposta… mi viene naturale…”
Sollevai la mia mano libera, colpendogli appena la fronte.
“Questa è la cosa preoccupante.”
Aveva continuato a ridere, arrossendo, bevendo un altro sorso dalla sua coca cola.
“Comunque è stato bello. Bello e basta. Non mi ero mai sentito così… dopo…”
Gli avevo sorriso, da quelle parole avevo intuito che non era una cosa come le altre
“Sì… vedo. Anche perché le altre volte mi descrivevi tutti i particolari peggio di un film porno…”
Bevve velocemente gli ultimi sorsi di coca cola, rischiando quasi di strozzarsi alle mie ultime parole.
Continuava a ridere, cercando di sembrare divertito dalla cosa, ma avevo chiaramente capito che lo faceva per mascherare il suo imbarazzo.
“Questa volta no!”
No? Questo poteva voler dire solo una cosa.
Che voleva tenersi anche qualcosa per sé.
“No… ti sei innamorato!”
Mi colpì il fianco con una mano, arrossendo violentemente, lanciando la lattina nel cestino più vicino, prima di sparire nuovamente.