
Space Dementia
You make me sick because I adore you so
I love all the dirty tricks
and twisted games you play on me.
[ Muse ]
“Come sei bello, Hiroto. Nei tuoi occhi languidi mi ci perderei…”
E io ridevo, ridevo ancora e ancora.
E ridevo e mi perdevo, noi piccoli spettatori di una vita troppo speciale, stretti l’uno tra le braccia dell’altro, affondati tra quelle coperte profumate di muschio bianco a ridere, e a perderci.
A perderci nei nostri baci a fior di labbra, nelle nostre carezze, in discorsi su argomenti troppo grandi per noi, piccoli spettatori di una vita troppo speciale.
Accarezzavo le sue palpebre chiuse sino a vederle aprirsi, rivelandomi quei grandi occhi castani in cui mi specchiavo, gli baciavo le labbra e il naso, e ridevo.
“Non devi piangere, Shou.”
Persi spettatori della nostra strana amicizia, amicizia al limite, al limite di qualche tampone spirituale, un fazzoletto umido che avrebbe dovuto asciugare le lacrime che diventava un dolce bacio, una carezza, l’addormentarsi insieme.
La mia piccola mano stretta nella sua, mi svegliavo e vedevo quella stella bianca sulla sua pelle bianca, gemella della mia stessa stellina nera, e sorridevo, e ridevo, e lo baciavo, e mi perdevo.
Quante notti ho passato ad asciugare le sue lacrime amare, tenendolo stretto tra le mie braccia, a dirgli che sì, la sua sensibilità è la sua forza, è ciò che lo rende così speciale, così incredibile, così capace di comunicare sentimenti con poche parole…?
Non ero più innamorato di lui.
Quante mattine ancora ho passato a ripetermelo?
Me lo ripetevo e ripetevo, guardandolo dormire accanto a me, i capelli da poco scuri scivolati sui suoi occhi chiusi, segni di lacrime che io potevo scorgere, me lo ripetevo, e intanto mi perdevo in lui.
Mi chiedevo cosa ci fosse di sbagliato in tutto quello che stavamo vivendo, se quella nostra amicizia al limite potesse essere una semplice amicizia, mi chiedevo quante lacrime di gelosia mi sarei trovato a versare, se lui avesse trovato qualcun altro da amare, quanta gelosia, amara, senza diritti.
“Resteremo amici per sempre, Shou?”
Mi accarezzava il viso e mi sorrideva, annuiva, era così dolce.
Ogni tanto mi sentivo come un bambino insieme a lui, spesso però era lui il bambino tra noi.
Aveva bisogno di tante attenzioni, Shou, di tante carezze, sospiri regolati sulla stessa frequenza dei nostri pensieri, tante parole consolatorie, e anche tanti silenzi.
Spesso rimanevamo fermi, l’uno accanto all’altro, a guardarci negli occhi senza dire nulla, per credere di poterci capire anche senza parole, e probabilmente era così.
Non ero più innamorato di lui.
In quei giorni mi trovavo spesso a sognare che la nostra amicizia potesse durare per sempre.
Per sempre così dolce, sempre così al limite, sempre persa nelle nostre lacrime e nei nostri piccoli baci che sapevano di sale, sempre trattenuta dalle nostre mani giunte che non si sarebbero lasciate mai.
E in quei giorni ero certo che nulla sarebbe mai cambiato, che tutto sarebbe durato per sempre, perché io ormai ero disposto a dargli tutto, tutta la mia amicizia, senza pretendere nulla.
Non ero più innamorato di lui…
Nell’ingenuità candida delle mie poche certezze, ero convinto che se avessimo avuto la nostra amicizia, tutto sarebbe andato bene, che non avremmo mai avuto bisogno di altro.
Io, non avrei mai avuto bisogno di nessun altro, dal momento che avevo lui, avevo le sue parole e le sue carezze, i suoi baci e le nostre notti insieme, abbracciati, avvolti da un’intimità regalata da niente di sessuale.
…e lo amavo, e il mio amore era innocente, era ingenuo, il mio amore era cieca passione e cruda pulsione, il mio amore era tutto e al contempo nulla, perché non era abbastanza per tenerlo legato a me.
Eppure me lo ripetevo tra i nostri baci, me lo ripetevo tra le nostre parole, me lo ripetevo quando dormiva accanto a me, la nostra era solo un’amicizia al limite.
Ed io non ero più innamorato di lui.
Shou sorrideva, quel giorno, e dio, come mi piaceva quando sorrideva in quel modo.
Mi piaceva perché sembrava felice, perché i suoi occhi brillavano, perché sapevo che la sua voce sarebbe stata più potente del solito, e sapevo anche che quella notte, nel suo bell’appartamento in centro a Tokyo, avremmo riso, tanto e di tutto.
E mi piaceva quando a metà delle prove mi scompigliava i capelli, mi piaceva quando si avvicinava, a sussurrarmi poche parole all’orecchio con la sua bella voce, dolce, chiusi nella nostra segretezza, fieri della nostra sciocca e mal celata intimità.
“Hiro… dopo ti devo dire una cosa.”
Il mio cuore aveva cominciato a battere, fortissimo, stupido cuore.
Mi sentivo felice mentre annuivo, guardando quel sorriso euforico, lasciandomi trascinare nella stessa euforia, mentre la mia piccola mente già si perdeva nelle fantasie.
Mi chiedevo cosa mi avrebbe detto, sicuro ormai che sarebbe stata una mia vittoria, che il suo sorriso era per me, per me, per me, solo per me.
Avevo voglia di baciarlo, in quel momento, davanti agli sguardi dei nostri compagni e del nostro staff, avevo voglia di stringerlo e chiedergli di dirmi subito tutto, di dirmi perché era così felice, e perché io già mi sentivo come uno stupido innamorato.
E sul treno lui era seduto accanto a me, ancora sorrideva, senza dirmi nulla.
Io giocavo con le sue dita morbide e lisce, lo guardavo in attesa di sentire qualcosa, qualunque cosa.
No, non qualunque.
Volevo sentire quelle parole, quello “stiamo insieme”, e nonostante tutto ancora mi ripetevo che no, non ero più innamorato di lui?
Non lo ero, no. Io non lo ero.
Me lo ripetevo, eppure intrecciavo insieme le nostre dita, incurante dello sguardo della gente, e appoggiavo il capo sulla sua spalla, socchiudendo gli occhi mentre sotto il treno scorrevano in fretta le rotaie, portandoci verso il suo appartamento.
Il suo sguardo era ancora felice, ed anche il mio.
Il mio cuore batteva di impazienza e felicità, gli sorridevo mentre apriva la porta del suo appartamento, e io lo seguivo, avvolti da quel tiepido silenzio che profumava di ansia e di aspettativa.
Stava aspettando così tanto per dirmelo, qualunque cosa mi dovesse dire, che l’attesa non faceva altro che aumentare a dismisura la mia impazienza, e far girare a mille tutte le piccole fantasie nella mia testa.
Eravamo seduti vicini, e lui mi sorrideva.
Ed io ero così vicino a lui, vicino e ingenuamente felice, mi sporgevo appena, nel caso in cui avesse voluto baciarmi, io ero pronto, e lo guardavo.
“Mi ha… mi ha chiesto di uscire… e siamo usciti, proprio ieri sera…”
Di chi parlava?
Lo sapevo. L’avrei dovuto sapere. Non me lo ricordavo.
“Ma… chi?”
Si era messo a ridere, colpendomi giocosamente un fianco, era felice, era così felice.
“Ma dai! Come, non ti ricordi? Ma se te ne ho parlato fino allo sfinimento!”
Perché non mi ricordavo di nulla di simile?
Dimenticavo davvero tutti i nostri discorsi in proposito di questo affascinante nessuno che aveva rubato il cuore del mio Shou?
Il mio Shou…
Sì, dimenticavo davvero tutti quei particolari, tutti quegli infiniti discorsi su questo ragazzo, li avevo dimenticati, tutti, e solo in quel momento mi erano tornati chiari.
C’era qualcun altro nel cuore di Shou, qualcun altro mi avrebbe rubato l’esclusiva nella sua vita, qualcun altro che forse lo avrebbe fatto stare male e, dio che pensiero insopportabile, io non avevo nessun diritto di proteggerlo.
Non solo sarebbe stato difficile, quasi impossibile, proteggerlo da minacce invisibili da cui lui non avrebbe voluto essere protetto, ma non avevo nessun diritto su di lui.
E questo mi stringeva il cuore, faceva male, malissimo.
E lui me ne aveva parlato, così tanto, di quanto gli piaceva, di quanto era affascinante, e io lo ascoltavo, gli sorridevo, gli dicevo che tutto sarebbe andato bene, senza ascoltare realmente nulla di ciò che mi diceva.
Non ascoltavo perché mentre me ne parlava io ero tra le sue braccia, lui tra le mie, scambiandoci qualche carezza o qualche bacio, e sorridendoci, e perdendoci.
E lui… lui non era con me, lui era perso, sì, in un altro.
Lui ancora felice, mi guardava, i suoi grandi occhi colmi di euforia, aspettava una mia reazione.
Fu difficile sorridergli, difficile e doloroso, troppo doloroso.
Mi sembrava di non riuscire più a deglutire, a respirare, a muovermi, a parlare.
Avevo perso Shou, di nuovo.
L’avevo perso la prima volta quando mi ero reso conto che il mio amore non sarebbe mai stato ricambiato, e l’avevo perso, per la seconda volta, cadendo per pochi attimi nella sottile illusione di un amore ricambiato.
E non ero più innamorato di lui…?
L’avrei reso felice, solo io l’avrei reso felice.
Solo io ho sempre capito tutto di lui, la sua malinconia silenziosa nata da piccole cose, e le sue paure che si nascondevano dietro quel sorriso dolce.
Ma gli sorrisi, ugualmente, e lui mi strinse in un abbraccio, felice.
E mentre i miei occhi si perdevano in quei capelli castano scuro, ed io mi inebriavo del loro profumo, mi rendevo conto che avevo solo voglia di piangere.
“Bevi qualcosa, vero?”
Il nostro abbraccio si sciolse ed io sforzai un altro sorriso, ed annuii, perdendo il mio sguardo nel delineare la sua schiena che si allontanava verso la cucina, a prendermi un bicchiere del solito “qualcosa”, quello che mi offriva sempre quando andavo da lui.
Ed inconsciamente sentivo che quella sarebbe stata una delle ultime volte.
Un affascinante nessuno mi aveva portato via il mio Shou, il mio compagno di tante notti, e l’avrebbe fatto soffrire ed io non avrei potuto proteggerlo.
Era un pensiero soffocante, così come mi sembrava il suo appartamento in quel momento, soffocante.
Pochi istanti dopo lui era ancora accanto a me, porgendomi il bicchiere, bevendo dal suo e perdendo i suoi grandi occhi scuri nel nulla di una quasi adolescenziale felicità.
“Shou…”
“Mh?”
Mi sorrideva.
Che diritto avevo, io, di rompere quella felicità che gli faceva brillare gli occhi?
Normalmente il suo sorriso mi avrebbe fatto venire i brividi, e scaldato il cuore, facendolo battere così forte che quasi avrebbe fatto male, e mi sarebbe sembrato che potesse sfuggirmi dal petto.
Ma quel giorno, il suo sorriso mi straziava, mi distruggeva.
“No… niente.”
Non avevo il coraggio, comunque, di rompere quel sorriso così bello con presuntuose ovvie manifestazioni di possessività che non avevo motivo di esternare.
Tu sei mio, questo gli volevo dire. Tu sei mio e non voglio che nessuno ti porti via da me, perché chiunque sia ti farà soffrire, perché nessuno ti capirà mai quanto me.
Perché nessuno ti amerà mai quanto me.
Eppure… non ero più innamorato di lui… no?
“Dai Hiropon… dimmi! Ora mi lasci con la curiosità…”
Le sue belle labbra sembravano imbronciate, era così carino che mi venne quasi da sorridere di lui.
Scossi la testa, come potevo dirgli davvero quello che pensavo?
Non avrebbe mai lasciato il suo nuovo frizzante amore per me, che ero solo io, ero solo il suo dolce amico che asciugava le sue lacrime nelle notti d’insonnia.
“Niente, è solo che… sono un po’ sorpreso, ecco.”
Sorrise, bevendo tutto d’un fiato il liquido fresco rimasto nel bicchiere.
“Lo sono anche io. Ma è bello, no? Non sei felice per me?”
Una stoccata, dritta al petto, questo è quello che ho sentito.
L’ho imitato bevendo anche io tutto d’un fiato, con la vana speranza nel cuore che quel liquido fresco che mi scorreva in gola potesse portare giù con sé anche tutto il mio dolore, per nasconderlo in fondo nel mio corpo, dove Shou non avrebbe mai potuto vederlo.
“Sì… ma certo che lo sono.”
Gli sorrisi ancora, facendolo ridere un po’ dall’euforia che aveva contenuto tutto il giorno e dal mio strano comportamento, che probabilmente non reputava nemmeno così fuori dal comune, conoscendomi.
Le sue belle dita ai lati delle mie guance le sentivo calde come se scottassero, e le sue labbra sfiorarono le mie un istante, nell’ennesimo dolce contatto che mi aveva fatto sperare tutto quel tempo in qualcosa che solo ora vedevo chiaramente impossibile.
“Grazie Hiro… ti adoro, lo sai?”
Volevo piangere.
Per la prima volta non volevo essere lì con lui, volevo solo stare da solo, e piangere.
Tanto, tantissimo, come un bambino a cui pare che la mancanza della mamma sia il dolore più grande che ci sia al mondo, perché era così che mi sentivo.
Mi sentivo solo un bambino che aveva creduto troppo nelle fantasie, e ora che il giocattolo si era rotto, non poteva fare altro che piangere.
“Guardiamo un film!”
E ancora una volta mi abbandonai, la mia mano nella sua, lasciandomi tirare nella sua camera da letto, ad affondare tra quelle lenzuola profumate di muschio bianco.
Ancora una volta l’avrei tenuto tra le mie braccia, ridendo ai suoi commenti sul film, ma perdendomi a guardare lui, lui, e solo lui.
Mille soluzioni si accavallavano nella mia mente, tra cui l’unica possibile mi sembrava fingere che quell’affascinante nessuno che mi aveva rubato Shou non esistesse.
E mi sembrò facile, dannatamente e dolorosamente facile dimenticarne l’esistenza, quando i miei occhi si persero a studiare il suo viso addormentato, e mentre sentivo il suo respiro caldo sulla mia pelle, stringendolo ancora di più tra le mie braccia, in una fugace sensazione di possesso di qualcuno che mio non è mai stato.
Quella notte non chiusi occhio, ma rimasi sveglio a guardarlo dormire, per ore e ore.
La vissi come un addio, o un arrivederci probabilmente, ma davvero sarei riuscito ad asciugare le sue lacrime per l’ennesima volta, dopo che con poche parole aveva fatto cadere dalle mani il mio cuore, che gli avevo affidato?
Non lo svegliai, la mattina dopo, mi mossi lentamente scivolando tra quelle coperte profumate di muschio bianco, osservando a lungo i suoi occhi chiusi, ancora una volta, baciandogli appena le palpebre.
Un biglietto accanto al cuscino e me ne andai, dicendo mentalmente addio a quella stanza, a quelle coperte, e alla sensazione di quel corpo morbido e caldo tra le mie braccia, al suo respiro sul mio collo, e alla dolcezza del suo sguardo di prima mattina.
L’aria mattutina era fredda, mi sferzava il viso svegliandomi ed estraendomi da quell’incoscienza calatami addosso come risultato di una notte quasi insonne, e di ore e ore passate a tentare di non piangere.
Dicevo in giro di essere forte, dicevo in giro che stavo meglio, sì, stavo meglio, perché il mio male d’amore era passato, ormai.
E invece l’aria fredda della mattina mi asciugava le lacrime, o forse le ghiacciava sulle mie guance, perché le sentivo così fredde e decise da farmi male.
Si può fingere con tutti, persino con sé stessi, ma quando ci si trova di fronte alla dolorosa consapevolezza della verità, lampante e accecante, le ginocchia si piegano, e chiunque rischia di cadere per terra, spinto con forza dalle proprie stesse bugie.
E la verità era che io ero ancora innamorato di Shou, forse più di prima, perché le lunghe notti passate a fingere di essere il più dolce degli amici, passate a dedicargli infinite carezze, avevano solo alimentato la mia sciocca e forse troppo ambiziosa passione nei suoi confronti.
Sarei stato capace di amarlo senza desiderare nulla in cambio?
Sarei stato capace di amarlo anche mentre lo sapevo tra le braccia di un altro, ne sarei stato capace anche dopo averlo visto tra le braccia di questo misterioso sconosciuto?
L’avrei visto.
L’avrei visto.
E forse solo dopo sarei riuscito a lasciarlo volare via.
“Questa mattina sei scappato…”
Lui dietro di me, il suo respiro ad un soffio della mia pelle e la sua mano che sfiorava la mia, e tutto era così poco, così poco, eppure mi faceva battere il cuore.
“Scusami… dovevo passare da casa.”
Sforzai un sorriso, l’ennesimo, sarei davvero diventato un bravo attore, forse.
Annuì alle mie parole, sospirando appena, lasciando andare il suo capo ad appoggiarsi sul mio.
E lo sentivo così vicino a me.
Non sarei mai riuscito a spiegare le sensazioni che provavo, ma ogni volta che lui era accanto a me, sentivo passare tra noi come una specie di scossa elettrica, probabilmente fatta di tensione sentimentale, e di tutte quelle cose che avrei voluto dirgli ma che probabilmente mai gli avrei detto.
“Dopo hai un po’ di tempo, vero?”
Sorrisi, genuinamente questa volta, il mio cuore che batteva di viva pulsione, e scordai persino le amare lacrime che quella stessa mattina si erano ghiacciate sulle mie guance.
Tutto perché la volontà è una cosa debole e fragile, l’aver preso la decisione di non lasciarmi trascinare più in quelle notti di dolci illusioni veniva messa da parte, con la semplice promessa di un’ennesima notte, solo di amichevoli carezze sì, ma pur sempre in compagnia del ragazzo che amavo.
La sua mano, lentamente, si fece strada nella mia, giocando con le sue dita nel mio palmo, aspettando una risposta qualunque da me, una risposta che gli diedi, con un breve cenno, troppo concentrato ad assumere ancora una volta quella droga che era la sua vicinanza, per me.
“Allora… dopo. Lui viene a prendermi. Te lo faccio conoscere, mh?”
La mia dolce droga già mi scorreva nelle vene, quando cominciava a farmi male.
E proprio come un tossicodipendente che non riesce a privarsi del suo nettare assassino, io ero lì, inebriandomi del suo profumo, annuendo alle sue parole che sentivo solo come una stoccata nel petto, e non mi allontanavo da lui, chiudendo gli occhi all’assunzione del mio nettare assassino.
Cosa stava succedendo?
La mia decisione di un addio a quella droga non era stata messa da parte in favore di un’altra dose ancora, ma solo di un’illusione.
Non ci sarebbero più state notti di amichevoli abbracci, di baci a fior di labbra sul limite del desiderio, di discorsi su argomenti troppo grandi anche per noi.
Le sue notti sarebbero state tra le braccia di qualcun altro, e mi avrebbe dimenticato.
Ma il suo sorriso era così bello, mentre aspettava una mia risposta, e le sue dita si intrecciarono alle mie, con forza, come ad esprimere loro il desiderio del mio cuore di non lasciarle andare mai più.
“Va bene… Voglio vedere che tipo è, in effetti.”
Un pallido tentativo di nascondergli tutto il male che sentivo, non sapevo se se ne fosse accorto.
Rise un pochino, lasciando le sue dita a giocare con le mie, in quel contatto morbido che mi rassicurava, e mi faceva dimenticare, tutto.
“È uno a posto, Pon, giuro…”
E mi misi a ridere anche io, dopotutto potevo davvero riuscire ad essere solo suo amico.
Ancora una volta nel mio cuore si riaffacciava quella bugia, imponendosi prepotentemente sulla verità, conscia lei e conscio io che cedere alle sue lusinghe mi avrebbe fatto soffrire di meno, al momento.
Io non ero più innamorato di lui.
Lui era solo un amico, il mio amico, compagno di infiniti discorsi che sfociavano nell’assurdità della loro serietà.
“Non mi fido del tuo giudizio! Voglio vedere a chi ti affido…”
Continuavo a farlo ridere, guardavo il suo sguardo divertito, così dolcemente ingenuo, e quell’innocenza era fonte di grandissima attrazione per me.
Mi piacevi così dolce, Shou, terribilmente ingenuo quando si trattava di questioni simili.
Le mie parole erano vere, non mi fidavo del tuo giudizio, sapevo che avresti sofferto di nuovo, sapevo che non saresti mai stato in grado di scegliere per te qualcuno che ti amasse e ti capisse e ti rispettasse… perché, altrimenti, mi avresti visto.
Mi avresti visto davanti a te, il mio sguardo puntato sempre e solo su di te, in attesa.
E di nuovo quella bugia, a dirmi che se mi fossi affidato a lei non avrei sofferto.
Non ero più innamorato di lui.
Aveva i capelli neri ed un profilo deciso, i lineamenti marcati e gli occhi profondi.
Era inequivocabilmente bello, dolorosamente pregno di quel fascino mascolino che sicuramente aveva incantato Shou, le labbra dalla piega amara tenevano in equilibrio una sigaretta, e la frangia scura gli nascondeva appena lo sguardo.
Rigirava la sigaretta tra le lunghe dita, prendendone un profondo tiro ogni tanto, rilasciando il candido fumo nell’aria, affascinante e incurante.
Teneva un braccio attorno alla vita di Shou, in una piena manifestazione di possessività che mi faceva venire male al cuore, male da morire.
Non ricordo il suo nome, forse non lo ascoltai nemmeno, mi sentivo scrutato dentro da quegli occhi così scuri, e mi aveva stretto forte la mano, deciso, sicuro di sé stesso.
Era bello, era affascinante.
Ma ai miei occhi non era nessuno, era solo l’ennesimo provocatore, l’ennesimo portatore di dolore, l’ennesimo nessuno che mi aveva portato via il mio Shou.
E lo portò via da me, tenendogli un braccio attorno alla vita, Shou lo guardava, e sorrideva, i suoi splendidi occhi scuri carichi di aspettativa, ti farai scopare da lui questa notte, non è vero?
Mi odiavo, mi odiavo per l’insensato fastidio che provavo.
Più lo guardavo, più mi sentivo inadeguato.
Le mie braccia mi sembravano così magre, io stesso mi sentivo troppo piccolo per lui, e le mie parole di consolazione mi sembrarono tutto ad un tratto ridicole.
Capivo che Shou aveva sempre desiderato essere stretto da braccia più forti delle mie, che voleva poter essere accolto e protetto tra le braccia del suo uomo, ed io, io così piccolo, emotivamente fragile almeno quanto lui, mai avrei potuto dargli quello che cercava.
Le nostre infinite notti di consolazione erano sempre reciproche, le sue lacrime una notte, le mie la notte dopo, da sempre.
E i miei occhi si perdevano sulla sua schiena, mentre veniva allontanato da me da quell’uomo, dall’aria decisa e noncurante, che fumava sigarette forti e se lo teneva premuto a sé con un solo braccio.
E Dio, quanto avrei desiderato essere lui.
Per quanti giorni ti ho evitato, dolce Shou?
Avevo paura, troppa paura.
Avevo paura che nei tuoi occhi avrei letto sentimenti di cui non volevo sapere l’esistenza, avevo paura che avrei visto gioia, soddisfazione, felicità.
Ero un egoista, lo so, ero solo un maledetto egoista.
Talmente egoista che non avrei sopportato la felicità del ragazzo di cui ero innamorato, talmente possessivo che una felicità simile l’avrei tollerata solo se fosse stata dovuta a me.
Mi piaceva guardare il tuo sorriso sereno, Shou.
Eri così dolce in quei giorni, la tua voce era più bella del solito, e sembrava che tutto andasse bene.
Mi piaceva guardare il tuo sorriso, ma non ce l’avrei mai fatta ad ascoltare tutte le tue serate, che tu lecitamente avresti voluto raccontare al tuo più caro amico, le tue serate perfette fatte di sesso.
Eri sempre stato un piccolo romantico inguaribile, ma in quei giorni l’avevi scoperto anche tu, dolce Shou, che esisteva anche il sesso senza sentimento, vero?
Ora, non voglio far credere di essere io quello che ha peccato di eccessivo candore.
Sapevo bene che Shou non era così innocente come il mio cuore lo dipingeva, era consapevolissimo di tutto ciò a cui stava andando incontro invischiandosi in un rapporto con un semi-sconosciuto, ma io lo giustificavo.
E, per quanto mi sforzassi di credere che la sua nuova fiamma era un uomo affascinante, bello, dolce, protettivo, che l’ avrebbe reso felice con tutti i mezzi che possedeva, non riuscivo a pensarlo davvero.
Triste a dirsi, ma conoscevo Shou dannatamente bene ormai, tanto da poter prevedere le tristi sorti delle sue brevissime storie d’amore, sempre destinate a naufragare a causa della sua eccessiva sensibilità, e forse sin troppo poca comunicabilità.
Lui aveva il suo mondo, e raramente le persone riuscivano a trovare una connessione con i suoi pensieri, caratteristica che aveva fatto follemente innamorare me, e che era costata litri di lacrime amare a lui.
Senza rendermi conto di come mi fosse potuto succedere, divenni freddo, scostante nei suoi confronti.
Era probabilmente solo l’ennesima vana mossa del mio inconscio per proteggermi da tutto il dolore che mi causava rimanere accanto a lui, vedendo il suo sorriso felice per l’ennesima volta a causa di qualcun altro.
I miei occhi, quel giorno, erano persi nella vaghezza di un cielo nuvoloso, imprimendo nella mia mente quei bellissimi colori dati da un tramonto che si sfumava nella morbidezza di quel bianco, candidissimo.
Lui mi si avvicinò, e fu il mio cuore ad accorgersene prima di me.
E mi prese la mano nella sua, come altre mille volte aveva fatto, facendomi balzare il cuore e colorire le guance, ricercando il mio sguardo, che quella volta non riuscii ad evitare.
Era dolce, anche quella volta, il suo sguardo, ma quasi vi potevo leggere una nota di ammonimento.
“Hiro, cos’hai? Sei strano, ultimamente…”
Ero strano, sì, ovviamente lo ero.
Mi sentivo male e messo da parte, mi sentivo egoista, e pensavo che l’egoista fosse lui, ero confuso, mi ripetevo che non ero più innamorato, ed intanto, tra le mie coperte, che non sapevano di muschio bianco come le sue, piangevo e piangevo, il mio male d’amore era tornato.
“Oh… te ne sei accorto?”
Cosa succedeva?
Ero io, quello che rispondeva in quel modo alle sincere preoccupazioni di una persona che adoravo così tanto?
“Hiro…?”
Mi guardava ancora, era ovviamente confuso dal mio comportamento scostante, tanto quanto lo ero io stesso, probabilmente, ma nulla mi impedì di tenere al suo posto la maschera che mi era costata così tanta fatica sino a quel momento.
“Scusa, sai… mi sembravi molto preso in questi giorni.”
Accennai un sorriso, colpevolmente e dichiaratamente falso, che lo raggiunse come una doccia fredda.
Non poteva nascondermi nulla, dolce Shou, avevo imparato a conoscere così bene tutte le sue espressioni.
Strinse le labbra alla mia frase, notai un piccolo brivido quando la mia mano sfuggì alla sua stretta.
“Hiroto… ma… cosa? Non sei felice per me?”
Sì, amore, ero felice per te, amavo vederti sorridere in quel modo, amavo vedere i tuoi occhi persi in quell’incoscienza data dalla felicità, dai pensieri rivolti costantemente a qualcosa che ti faceva sentire bene.
Ma, vedi, non ero io la causa di quella felicità, e questo mi distruggeva dentro.
“Sì, Shou. È… è per me, che non sono felice.”
E se le mie parole precedenti furono per lui come una doccia fredda, quelle furono decise e violente come uno schiaffo, forte, in pieno viso.
Non volevo fargli del male con quelle parole, semplicemente, non riuscii più a contenere dentro di me quell’agghiacciante moto di egoismo che si era impossessato di me.
Non volevo solo il suo bene, volevo anche il mio.
E sapevo, accidenti, io lo sapevo sin troppo bene, che sarebbero stati strettamente collegati.
Inebriato di quella possessività e di quell’egoismo che solo lui riusciva a scatenarmi, mi ero convinto che sarei stata l’unica persona al mondo in grado di capirlo e renderlo felice.
Dopotutto, ero l’unico in grado di connettermi con i suoi pensieri, lo ero sempre stato.
Ero l’unico in grado di entrare nel suo mondo speciale, e l’avrei amato, dio, come l’avrei amato.
Me ne andai, lasciandolo così, confuso.
Gli avevo fatto male, con quelle parole, e lo sapevo.
Lo conoscevo bene, sapevo che si sarebbe tormentato per non aver capito tutte le piccole terribili sfumature delle consolazioni che gli regalavo quasi ogni notte, si sarebbe tormentato per non aver capito che ero così dolorosamente ancora innamorato di lui.
E ormai non aveva più senso continuare a mentire a me stesso, camminavo ancora per strada sentendo l’aria fresca colpirmi il viso, la seconda volta fu quell’aria ad obbligarmi a fare una rivelazione, dalla quale non mi sarei più tirato indietro.
Amavo Shou, e forse l’avrei amato per sempre.
Amavo quel lato di Shou che lo destinava a vedere le persone cui teneva allontanarsi da lui, probabilmente lo stesso lato di sè che era sempre stato restio a mostrarmi, così che io non potessi mai dimostrargli quanto lo amavo.
E forse pensai addirittura che con quelle poche parole avessi messo fine alla nostra splendida amicizia, che era la cosa più cara che avevo, e mi diedi mille volte dello stupido per quel motivo.
Mi avrebbe ancora dedicato le confidenze e le attenzioni che si devono ad un amico, sapendo quanto ero innamorato di lui?
No, probabilmente.
No, sicuramente.
Il nostro rapporto divenne, in pochissimi giorni, prima freddo, poi cortese, poi innaturale.
Non mi piaceva sapere che ogni volta che lui mi rivolgeva la parola, quelle ultime frasi che ci eravamo scambiati da soli, tornavano nitide nella sua memoria, tanto quanto nella mia.
Non eravamo più rimasti soli da allora, mai più una carezza, né un bacio.
Il nostro rapporto d’amicizia, già così fragile perché al limite dall’essere qualcosa di più profondo, si era spezzato, per colpa mia, del mio stupido egoismo e della mia stupida gelosia.
Di terribilmente stupido avevo anche l’orgoglio, che mi impediva di chiedere a Shou di tenermi con lui semplicemente come suo amico e confidente, e nulla più.
I miei ragionamenti erano contorti, terribilmente, esattamente come lo erano i miei sentimenti a quell’epoca.
Mi sarei accontentato di rimanere per sempre il suo dolce amico, mascherando il mio sentimento sempre più forte dietro una fragile bugia, eppure, una volta crollata quella bugia, sapevo che lui doveva essere mio, mio e basta, e di nessun altro.
Non ero mai stato geloso di nessuno, né possessivo, tranne che con Shou.
Lo sentivo mio, lo sentivo mio perché conoscevo tutto di lui.
Eppure, il mio e solo mio Shou, ogni giorno accoglieva un deciso e quasi maldestro bacio sulle labbra da quell’affascinante musicista che me l’aveva portato via, e ogni giorno lo portava sempre un po’ più lontano da me, con un braccio attorno alla vita.
Forse era solo la mia fervida immaginazione, ma ogni volta che lui ti portava via da me, anche il tuo sguardo si soffermava su di me, sempre di più, vero?
Forse era solo la mia fervida immaginazione, ma ogni giorno avevo l’impressione sempre più chiara che anche Shou si sentisse un po’ mio, dopotutto.
I giorni trascorsero con lentezza esasperante, e, con un po’ di disperazione, trovai a chiedermi come avrei fatto a dimenticare una delusione d’amore, quando l’oggetto dei miei sospiri era davanti ai miei occhi ogni giorno, quando casualmente le nostre mani ancora si sfioravano e i nostri sguardi si incrociavano, e mi sentivo morire.
Quando arrivò in studio, quella mattina, il mio cuore si fermò.
Avevo asciugato le sue lacrime per troppe notti, per non riconoscere l’espressione intrisa di malinconia che assumeva la mattina dopo una notte di dolore.
E mi sentii colmo di sensi di colpa, e faceva male, da morire, sapere che per una notte lui era stato male, aveva pianto e aveva sofferto, aveva avuto bisogno di qualcuno che lo consolasse, e non c’era nessuno.
Aveva avuto bisogno di me, e io non ero lì per lui, per colpa della mia stupida gelosia, del mio stupido egoismo, e del mio stupido orgoglio.
La sua voce, la sua bellissima voce, quel giorno tremava.
E l’affascinante nessuno dai capelli neri e gli occhi profondi, quel giorno non venne a portarlo via da me con un bacio maldestro ed un braccio attorno alla sua vita esile.
Andai a casa sua.
Ero pieno non solo di sensi di colpa, ma anche di egoistica felicità, mi sentivo orribilmente raggiante.
Sapevo che lui poteva essere solo mio, e l’ennesima ferita che gli era stata inferta era solo un’ulteriore prova del fatto che Shou era innegabilmente mio.
Quando aprii la porta del suo appartamento, mi colpì quel dolce profumo di muschio bianco, lo stesso che sentivo impresso addosso ai miei vestiti ogni volta che dormivo con lui, lo stesso che mi perdevo a cercare tra i suoi capelli, chiudendo gli occhi ed inalandolo, ogni notte che passavo da lui.
Sapevo benissimo dove l’avrei trovato, inconsciamente avevo paura di quel momento, probabilmente.
Perché sarei caduto di nuovo in quel doloroso circolo vizioso che implicava il fingere di non essere più innamorato di lui per poter essere suo amico, e, nonostante ormai fossi nel suo appartamento, ancora fuggivo, con le ultime forze rimaste.
Camminai piano in ogni stanza, lasciando la sua camera da letto per ultima, e ne varcai la soglia con gli occhi socchiusi ed il cuore in gola, senza accendere una sola luce.
I suoi capelli scuri si stagliavano in modo attraente sul suo cuscino bianco, creando assai più contrasto della sua pelle bianchissima.
Aveva gli occhi chiusi, le dita sottili stringevano convulsamente un lembo della coperta, sulle gote due righe di lacrime e trucco scuro, a rovinare quell’immagine ai miei occhi quasi angelica.
Mi avvicinai piano, sedendomi accanto a lui e scostandogli una ciocca di capelli dalla fronte, facendolo quasi sussultare, riscotendolo da quel dormiveglia contornato da tristi pensieri.
“Ti ho detto mille volte che non voglio che stai da solo, quando stai male…”
Gli accarezzai una guancia e notai un brivido da parte sua.
Mi sorrise con debolezza, muovendosi appena tra le coperte, a farmi spazio accanto a lui.
E, con l’ennesima fitta al cuore, non potei fare altro che accogliere il suo invito, stendendomi accanto a lui.
Non avevo mai avuto bisogno di chiedergli cos’aveva, la risposta mi era sempre sorta spontanea da lui stesso, dopo qualche carezza.
Così, le mie dita si persero sul suo volto, accarezzandolo, cancellando le tracce di quelle lacrime versate in solitudine, prima di prenderlo tra le mie braccia, stringendolo forte.
Il suo respiro sul mio collo, lo sentii dolce e caldo come mille altre notti, e mi sentii morire per quanto lo desideravo in quel momento.
“Tu… sei l’unico, che mi è rimasto vicino sempre, Hiro…”
Mi prese una mano, baciandone il dorso, posandola poi a palmo aperto sulla propria guancia, ricercando una carezza che non gli negai, come mai gliene avrei negata una.
“Eppure… io sono riuscito a ferirti… non l’avrei mai voluto, mai…”
Guardando i suoi occhi scuri colmi di lacrime mi sentivo ancora più dolorosamente trafitto dall’ago dell’egoismo, chi ero io per fargli del male con una confessione assolutamente futile e inopportuna?
Non avrei dovuto dirgli che lo amavo, mai, e per di più sapevo quanto tormento gli avrebbe causato una confessione simile.
Riuscii solamente ad abbracciarlo con più forza, accarezzarlo più teneramente, addolcire il mio sguardo, perché non avevo parole, mi si erano tutte bloccate in gola, insieme alle lacrime.
“Ogni tanto… penso che mi piacerebbe se tu mi portassi via da tutti, sai?”
Non si rendeva conto, dolce Shou, di quanto quelle parole avessero effetto su di me?
Mi accostai a lui, lo vidi chiudere gli occhi e strusciare il naso contro il mio, avevo un’incredibile voglia di baciarlo, anche semplicemente sfiorare le sue labbra come avevo fatto altre mille volte, ma no, no, non dopo quello che gli avevo detto, o sarebbe stata solamente la causa di altro tormento per lui.
Mi posò le mani ai lati del volto, tremavano.
“Hiro… Portami via da tutti, ti prego…”
Non ero mai riuscito a sopportare le sue lacrime, mi facevano un male terribile al cuore.
E senza che me ne accorgessi, le sue labbra sfioravano dolcemente le mie, e impazzii a quel contatto, stringendolo ancora di più tra le mie braccia, come se quel semplice abbraccio avesse potuto esaudire per sempre la sua richiesta.
Quando si allontanò da me, fui io a tornare verso di lui, sfiorandole ancora, quelle splendide labbra così morbide che erano la mia droga più di qualunque altro contatto fisico con lui.
Si arrese tra le mie braccia, lasciandosi stringere, e quando mi resi conto che aveva schiuso le labbra, varcando quella soglia che ci eravamo sempre premurati di non superare, ormai ero già perso.
Mi mossi lentamente, per paura di spezzare quella magia, il cuore mi batteva tanto forte che pensavo sarebbe esploso da un momento all’altro, e lasciai scivolare la mia lingua tra le sue labbra in attesa, venendo tutto ad un tratto colpito e inebriato dal suo sapore.
Il sentimento che mi esplose dentro non l’avevo mai provato prima, la sensazione era esattamente la stessa di qualcosa di caldo che si scioglie lentamente nel petto, invadendolo e riscaldando lentamente tutto il corpo.
Nonostante l’eccitazione dell’aver finalmente ottenuto la risposta di una domanda che mi facevo spesso, “chissà come sarebbe baciare sul serio Shou”, non forzai nulla in quel bacio.
Era… incredibilmente dolce.
Era un bacio lento, come non ne avevo mai né dati né ricevuti, come se avessimo avuto tutto il tempo del mondo a nostra disposizione per baciarci semplicemente in quel modo.
La sua mano destra era sul mio collo, sentivo le sue dita morbide muoversi lentamente in una carezza inconsapevole, rimaneva tra le mie braccia con gli occhi chiusi, lasciando a me il controllo di tutta la situazione, lasciandosi baciare a lungo senza respingermi mai.
Rilasciandolo, leccai le sue labbra ancora bagnate della mia saliva, il pensiero fino a poco prima costante di voler sapere cos’era successo tra lui e quel ragazzo, ormai mi aveva abbandonato.
Non pensavo più alle lacrime che aveva versato, non pensavo più a quell’uomo che per giorni me lo portava via da davanti agli occhi, non pensavo che per colpa sua il nostro rapporto aveva rischiato di spezzarsi.
Ai miei occhi, in quel momento, il nostro rapporto non era mai stato più lontano dal rischio di rompersi.
Ormai non ricordavo più perché lui era tra le mie braccia, non ricordavo cosa mi avesse condotto da lui.
Ormai pensavo solo a lui.
Ai suoi occhi chiusi, al suo corpo, remissivamente abbandonato tra le mie braccia, alle sue labbra.
Gli rubai un altro bacio, insinuandomi tra quelle labbra schiuse che sembravano solo aspettarmi, memorizzando il sapore dolce della sua bocca, spostandomi su di lui, sul suo corpo, e sentivo i suoi respiri diventare più profondi, tra un bacio e l’altro.
Ogni più piccola fibra del mio essere era proiettata a registrare ogni cambiamento del corpo che tenevo così stretto tra le mie braccia.
Il suo respiro più pesante, la sua pelle sempre più calda, le sue dita che salivano tra i miei capelli, le sue labbra che non volevano abbandonare le mie nemmeno quando non riuscivamo più a respirare.
Gli mordevo le labbra ed il collo, con dolcezza, sentendo qualche piccolo gemito sfuggirgli, si premeva di più a me e mi teneva stretto, senza lasciarmi allontanare da lui.
Le mie mani si persero sul suo corpo, ad ogni carezza lui inarcava la schiena, mantenendo gli occhi chiusi.
Un sorriso, quando i nostri sguardi si sono incrociati, nel momento in cui le mie mani si sono fatte più audaci e si sono impadronite, lentamente, dei suoi vestiti, uno per uno, si è rifugiato subito tra le mie braccia, ancora, intimidito da quella minima distanza tra noi due.
“Shou…”
Sentivo i nostri corpi liberi da indumenti a contatto, la sua pelle nuda impregnatasi del profumo di muschio bianco di quelle lenzuola si sfregava contro la mia, le sue dita sottili danzavano sul mio petto in una carezza incosciente e sensuale, forse gli tremavano le mani.
“Hiro… non voglio che ti fermi.”
E gli baciai le labbra ancora, scostandogli i capelli dal viso, i suoi occhi lucidi erano sinceri, e mi obbligai a non vedere quel sentimento che mi sembrava di scorgere laggiù, in fondo alle sue iridi scure.
Le sue mani sul mio petto tremavano, ne ero sicuro.
Le presi tra le mie baciandone i palmi, portandole poi ai lati del mio volto, sentendo pochi istanti dopo le sue dita insinuarsi con dolcezza tra i miei capelli, e mi chinavo su di lui, assaggiando ogni centimetro del suo corpo, sperando di tenere quel sapore così dolce per sempre sulla punta della mia lingua.
Non avevo fretta, non volevo avere fretta.
Non volevo perdere nessun momento, nessuna di quelle piccole cose che due amanti si concedono prima di poter arrivare all’atto tanto bramato.
Chiudevo gli occhi, sentendo la sua pelle così liscia scorrere sotto le mie dita, c’era qualcosa di attraente nel modo in cui sembrava arrossarsi e riscaldarsi al semplice contatto con le mie mani.
La sua voce era bellissima, e lentamente cominciava a darmi alla testa.
Il primo ansito lo sentii quando gli morsi piano il collo, e lui mi affondò le dita tra i capelli, ed era un suono bellissimo, dolcissimo, a metà tra un gemito d’eccitazione e l’espiro di una risata.
E immediatamente lo presi, quel suono, catturandolo direttamente dalla sua sorgente, dalle sue labbra, catturandolo tra le mie, e lo tenni per me, e sapevo che l’avrei ricordato per sempre.
Mi presi il mio tempo e lo accarezzai, lo baciai, lo strinsi a me con passione e dolcezza e lo guardai a lungo negli occhi, con desiderio, specchiandomi in eguale desiderio, prima di farlo finalmente mio.
Mio.
Era mio, era sempre stato mio, ed in quel momento avevo raggiunto la sublimazione del mio sentimento per lui, tutto stava andando come in un sogno, era perfetto.
Avvolti tra quelle coperte bianche, avvolti dal profumo che mi aveva accompagnato sin da quando il mio strano rapporto con lui era cominciato, mi muovevo lentamente, chiudendo gli occhi al sentire la sua voce dolce ripetermi piano all’orecchio “sei perfetto”.
Lo ero davvero, Shou?
Lo ero davvero, ero perfetto, per te.
Ti avrei dato tutto, già ti avevo dato tutto.
E ti amavo, con ogni più piccola fibra del mio essere, con corpo cuore mente anima, ti amavo tanto che non mi importava di risultare patetico ogni volta che lo ammettevo a me stesso.
Quante volte si sono incontrate le nostre labbra, quella notte, Shou?
Infinite.
Ed io, come uno stupido, mi ripetevo che in ogni bacio ed in ogni sguardo, in ogni parola che ci sussurravamo tra i nostri gemiti eccitati, c’era sempre più sentimento, sempre più… amore?
Stavamo facendo l’amore. Io, stavo facendo l’amore con Shou.
Con il mio Shou, che stringeva le braccia attorno al mio collo e mi chiedeva di dargli di più, di dargli tutto me stesso, ed io avrei continuato per tutta la notte ad amarlo in quel modo.
Mi tornava in mente l’altra domanda, quella che mi ponevo altrettanto spesso, “chissà a Shou come piace fare l’amore”.
Gli piacerà sentire il sentimento, o preferirà la passione, sentirsi stretto tra braccia forti, sentirsi in totale balia del suo uomo, perdere il senso della realtà?
No, a Shou piaceva fare l’amore con dolcezza.
Shou mi chiedeva di stringerlo tra le mie braccia e di baciarlo, mi chiedeva di guardarlo negli occhi, ed io lo assecondavo in tutto, esaudendo ogni sua richiesta.
Io ero lì per lui, in tutto e per tutto, e mi strusciavo con lentezza sul suo corpo, lasciando da parte gli attimi violenti del sesso, che in quel momento non facevano per noi.
E solo ora mi rendo conto di quale fu la cosa che mi fece cedere, inesorabilmente e definitivamente, ad un sentimento contro cui, tutto sommato, stavo ancora lottando, anche in una situazione simile.
Il suo incredibile candore.
Il suo candore, presente e lampante nei suoi occhi persino in una situazione simile, era innocente mentre mi domandava di poter sentire le mie mani sul suo corpo, per poter provare ancora più piacere, era innocente ed era bellissimo.
Era un’innocenza che solo io potevo vedere, probabilmente, ma le sue labbra schiuse, rosse di passione, mi sembrava che facessero un contrasto incredibilmente affascinante con i suoi occhi, dolcissimi.
La fine di quel momento che avevo aspettato e desiderato per anni era arrivata, ed io avevo paura.
Io avevo paura che finita la passione, lui si sarebbe reso conto dell’errore che aveva commesso concedendosi a me, e non mi avrebbe più permesso di entrare nel suo mondo.
Quando abbandonai il calore del suo corpo, mi sentii come tirato verso il basso, come privato di qualcosa di fondamentale, che sempre era mancato nella mia vita e che ora stava per essermi tolto di nuovo.
Lui rimase disteso accanto a me, però, mi baciò una spalla e le labbra, mi guardò a lungo negli occhi.
“Rimani con me, questa notte?”
Lentamente il suo corpo ancora caldo di me si insinuò tra le mie braccia in attesa, e gli baciai le labbra.
Quella frase, il suo tono era intimorito e rassegnato, forse ancora segnato da notti e notti in cui aveva visto i propri amanti alzarsi e abbandonarlo dopo il sesso.
Ma noi non avevamo fatto sesso, avevamo fatto l’amore, vero?
“Non ti lascerei mai dormire da solo…”
Come brillavano i tuoi occhi in quel momento, dolce Shou.
Le mie parole maldestre, con le quali cercavo di dirti che per sempre sarei rimasto con te, avevano fatto brillare i tuoi splendidi occhi, e mi sentivo così felice.
Le nostre labbra si sono incontrate ancora e ancora, altre infinite volte, ci dedicammo ancora mille carezze, mentre io cercavo, con tutto me stesso, di dimostrarti che anche io avrei potuto proteggerti e amarti, e l’avrei fatto meglio di chiunque altro.
Si è addormentato tra le mie braccia, quella notte, come mille altre notti prima.
Eppure, percepivo anche sulla sua pelle tutto ciò che era cambiato tra noi, lo inalavo come un elisir, quel profumo così speciale.
E per tutta la notte rimasi sveglio, sveglio e vigile, a guardarlo e a sentire il suo respiro, sarà schifosamente banale da dire, ma quando si può stare ore ed ore immobili semplicemente a riscaldare il corpo di una persona con le proprie carezze, significa che il sentimento al quale si è ceduti è forte, è sincero.
Il suo viso addormentato era più bello che mai, continuavo a guardare i suoi occhi chiusi ed i suoi lineamenti rilassati, innamorandomi ancora un po’ di più.
Mi domandavo cosa sarebbe successo dopo, quando obbligati dalle nostre vite avremmo dovuto abbandonare quel piccolo mondo morbido fatto dei reciproci abbracci e di quelle lenzuola bianche.
Shou si muoveva nel sonno, non appena mi sentiva poco più lontano, ricercando il calore delle mie braccia, e ogni volta che sotto le mie dita sentivo muoversi la sua pelle liscia, il mio cuore perdeva un battito.
Forse non avevo nemmeno realizzato quello che era successo, quello che, davvero, ero riuscito ad assaporare quella notte, il fatto che fossi riuscito a catturare il sapore del suo sentimento per me.
E mi chiedo ancora adesso se tu mi amassi già Shou, se quel piccolo sentimento che avevo visto in fondo ai tuoi occhi castani quando mi chiedevi di baciarti ancora ti si fosse già manifestato.
Io lo so bene, che si può mentire ad un sentimento, ma so altrettanto bene che non vi si può sfuggire.
Volevi sfuggire anche tu a qualcosa, quella notte, Shou?
Ho sentito il tuo corpo magro muoversi appena tra le mie braccia, uscendo lentamente dai sogni, le sue labbra piene a posarmi un bacio sul collo, mantenendo gli occhi chiusi.
Eri così bello che quasi mi veniva da piangere.
La tua voce impastata di sonno era ancora più dolce del solito quella mattina, mentre mi davi il buongiorno affondando ancora di più tra le mie braccia, ricercando protezione dai raggi solari.
Le mie dita si persero tra i tuoi capelli scuri e io già mi chiedevo se i sentimenti che avevo provato quella notte sarebbero diventati abitudine, e speravo.
Era stato dolce possederti, era stato bello sapere che eri stato mio per davvero, almeno per la durata di una notte, nonostante fosse la notte più lunga della mai vita.
“Buongiorno…”
“Buongiorno, Shou.”
Non mi ero mai sentito meglio.
Ero avvolto da un’euforia mai provata prima, mentre ricercavo le sue labbra divorandole di piccoli baci dolci.
E mi piaceva la tua pelle liscia sotto le mie mani, e mi piacevano le tue spalle piene di schiuma bianca, il tuo sorriso divertito e l’acqua che ti scorreva sul collo.
E adoravo rimanere stretto insieme a te in quella piccola vasca da bagno, la nostra trappola di schiuma e ceramica bianca, giocavamo e ridevamo come due bambini.
Mi chiedevo come avessi potuto pensare di non essere più innamorato di lui.
Come avessi potuto credere che non avrei avuto bisogno del suo amore, che avrei potuto farne a meno, quando era chiaramente l’unica cosa che mi faceva ancora capire che ero in vita?
Le nostre labbra si sono incontrate ancora e ancora, i nostri baci sapevano di sapone.
E mi ricordo le mille domande che ti facevo, quel “resteremo amici per sempre” tra le stesse lenzuola che ora profumano del nostro amore, e sapevo che nel mio cuore la domanda era cambiata.
Staremo insieme per sempre, vero, Shou?
Volevo chiederti di promettermelo, di dirmi che saresti stato mio per sempre, come mio sei sempre stato.
Ma ho tentennato, è stato quello il mio errore, vero?
Ci rivestimmo l’uno accanto all’altro, senza imbarazzo.
E anche mentre suonavo vicino a te, in studio, mi sentivo come se il mio collo venisse costantemente accarezzato dal tuo respiro calmo e tranquillo.
La piega sicura e mascolina delle sue labbra aveva un’incrinatura di arroganza, quel giorno.
Fumava ancora quella sigaretta forte, ma non appena apparimmo noi nella hall della casa discografica, la lasciò cadere per terra, spegnendola con un colpo deciso del tacco.
Patetico, ero schifosamente patetico, pensavo che in realtà stesse pestando il mio cuore.
Shou si bloccò accanto a me, congelato dalla vista dell’ennesimo uomo che l’aveva fatto soffrire, probabilmente l’unico che era tornato a cercarlo.
Lo guardai e nei suoi occhi vidi un sentimento indecifrabile, timore, speranza, imbarazzo.
Abbassai la mano a cercare quella di Shou, sfiorando le sue dita fredde.
Quella notte, le sue mani erano calde di passione, che ricercavano le mie tra i nostri baci e le nostre carezze, e quando le trovarono, si intrecciarono, con forza.
Quando abbassai la mano a cercare la sua, mi sfuggì, forse inconsciamente o forse no, portandosi quella stessa mano alle labbra, a nascondere un’espressione di stupore, probabilmente.
E mi sentii morire, per l’ennesima volta.
Quella notte, quando le nostre dita si intrecciarono, lui mi sorrise, sussurrandomi che avrebbe voluto rimanere fermo così, con me, per sempre.
Volsi lo sguardo verso di lui, muoveva quei pochi passi in direzione del mio patibolo, è una strana metafora, non è vero?
Quando la persona che ami cammina lentamente verso un altro, ti rendi conto che quei passi sono solo l’avvicinarsi lento ed inesorabile della tua morte.
Le sue mani forti e mascoline si sono sollevate verso il viso del mio Shou, obbligandolo ad alzare lo sguardo, e nello sguardo freddo di quell’uomo ho visto riflessi gli occhi lucidi del mio amore.
Volevo urlarti di non cedere a lui, volevo ricordarti quant’era felice il tuo sorriso quella notte, quanto erano dolci i tuoi occhi quando si specchiavano nei miei.
Volevo urlarti che io ti amavo, volevo urlarti che ti avrei amato per sempre, volevo correre da te e impedirti di lasciarti sfiorare le labbra, ma non mossi nemmeno un muscolo davanti alla mia disfatta.
Ti ha baciato, mormorandoti una scusa vuota a fior di labbra, ti sei lasciato andare contro di lui, tra le sue braccia forti, non ti ricordi che anche io ero capace di stringerti tra le mie braccia?
Era ancora una volta la mia immaginazione, pura e dolorosa, o quando ti ha stretto l’ennesima volta un braccio attorno alla vita, portandoti via da me, i tuoi occhi si sono soffermati sui miei?
Era una richiesta, non è vero, mio dolce Shou?
Mi chiedevi scusa, mi chiedevi di aspettarti, ancora una volta, per quando le tue lacrime fossero tornate a premere nella tua gola e nei tuoi occhi, e sapevi che io sarei stato lì, per te.
L’ho capito solo ora, forse anche quello era un tuo modo di amarmi.
Io ti amavo desiderando solo di averti per me, tu mi amavi desiderandomi come dolce sostegno.
O forse no.
Mi sono sentito cadere, in un baratro di cui non vedevo la fine, quando l’ho visto portarmi via ancora una volta il mio unico amore.
Fingevo forse elegante menefreghismo, ma chi se lo ricorda, dopotutto.
Era come una droga il mio Shou, e in quel momento ne ero stato privato, ero entrato in un inconsapevole stato di totale incoscienza, non ho pianto, non ho riso, non ho urlato, non sono morto.
Ho percorso la strada che mi divideva da casa mia senza volgere la mia mente ad un solo pensiero, mi sentivo svuotato di tutto, di tutte le speranze che avevo nutrito per una notte, di tutte le lacrime che avevo versato per te, non ne avevo più.
Non riuscii nemmeno a piangere, per essermi sentito ancora più abbandonato, ma questo non te l’ho mai detto, e mai te lo dirò.
Non riuscii a guardarmi allo specchio, sentii una fitta al cuore quando, sfilandomi i vestiti, potei percepire sulla mia pelle quel profumo di muschio bianco che sarebbe stato sempre indissolubilmente legato a te, e al mio amore, che era tutto per me, e nulla per te.
Non ho versato una sola lacrima, non una.
Forse era un dolore troppo grande anche per piangere, forse ero io ad essere cresciuto.
Ero cresciuto quella notte, quando ti baciavo le labbra possedendoti con dolcezza, era cresciuto a dismisura il mio sentimento per te, e con lui il dolore che avrei provato quando sarei stato nuovamente costretto a metterlo da parte.
Mi chiedevo per quanti giorni la tua idilliaca vita fatta di – forse, almeno una speranza me la sono concessa – abbracci del tuo uomo contornati da sensi di colpa verso di me sarebbe continuata.
Ti sentivi almeno un po’ in colpa, mio dolce Shou?
Forse no, perché sapevi che io non ti avrei mai odiato, mai, non sarei riuscito.
Inerme e muto nel mio appartamento, ricordavo.
Ricordavo le tue mani e il tuo sorriso, la tua pelle bianchissima e i tuoi occhi scuri, le tue parole, le tue lacrime asciugate dai miei baci, il sudore leggero della tua pelle che si lucidava sotto i miei movimenti.
Mi obbligai a ricordare anche le promesse mai fatte, quelle che pensai fossero sottintese, e che invece si rivelarono niente più che l’ennesima fantasia di un povero ragazzino come me.
E ricordavo il tuo sguardo di fronte a quell’uomo, ricordavo il tuo non essere te stesso, come puoi insegnare a qualcuno ad amarti se di fronte a lui non sei te stesso?
Non mi era chiaro come tu non potessi non capirlo, Shou.
Come tu non capissi che eri te stesso solo davanti a me, libero di piangere e libero di lasciarti andare a sciocchi capricci, libero di sentirti malinconico per una sciocchezza e di sentirti felice per una sciocchezza ancora più grossa.
Probabilmente davanti a me eri te stesso, perché sapevi che ti avrei amato comunque, non è vero?
Non è così, Shou.
Non ti avrei amato se tu avessi recitato la parte di un altro, per quanto perfetto avrebbe potuto essere.
Io amavo te, la tua insicurezza e la tua indecisione, la tua malinconia, i tuoi silenzi pregni di dolore e i tuoi sorrisi sciocchi, la tua sensualità immatura e la poesia nascosta nel tuo sguardo.
Come hai fatto a non capire che solo un amore simile ti avrebbe garantito la felicità?
Era una sera di pioggia, pochi giorni dopo, quando mi resi conto che la tua vita idilliaca era già finita.
Non me ne stupii, non ho mai nascosto nemmeno a me stesso che la vita insieme a te non sarebbe mai stata facile, Shou, per nessuno.
Sei sempre stato un ragazzo troppo sensibile, difficile da trattare, per sciogliere delicatamente i fili della tua malinconia sarebbe servita solo la pazienza regalata solo da un amore totale.
Quello che solo io avevo.
“Da quando ho smesso di provare qualsiasi cosa?”
Piccole parole sullo schermo del mio telefono, era una richiesta, ancora una volta, la tua, non è così?
“Volevo solo dirti, che anche le canzoni tristi non sono mai inutili.”
Altre parole, che si mossero nel mio cuore come un avvertimento, ed io, piccolo fedele totale schiavo dei tuoi capricci, mi sono alzato, affrontando la pioggia.
Non era una tempesta, non era un temporale, era solo una pioggia fine ed incessante che mi bagnava il viso, obbligandomi a chiudere gli occhi, non riuscivo a vedere bene dove andavo.
C’era molto vento, nonostante avessi un ombrello, le piccole fastidiose goccioline di pioggia mi colpivano in volto comunque, e quando raggiunsi il tuo appartamento, ero completamente bagnato.
Non mi sbagliavo, la tua non era che una richiesta di aiuto, mi stavi aspettando.
Erano stupendi i tuoi occhi arrossati, Shou.
Eri bello quando il trucco eliminava tutte le tue piccole imperfezioni, eri bello in quelle pose plastiche, erano belle le tue labbra schiuse in una studiata smorfia sbarazzina e sensuale, era bello il tuo sguardo sornione.
Ma eri ancora più bello con gli occhi rossi di lacrime ed i capelli scomposti, eri stupendo quando sul tuo viso c’era il segno di qualche sentimento forte, erano belle le tue dita indolenzite dall’aver tenuto troppo a lungo in mano il pennino, le lievi occhiaie di quando passavi intere notti a pensare alle parole di una canzone.
Era perfetta la tua sensualità immatura, quella che amavo così tanto, quella lontana dalle luci dei fotografi, quando con le dita sottili ti sfioravi il colletto della maglia scoprendo ancora un po’ la tua pelle bianca, era meglio di quando ti chiedevano apposta di aprire qualche bottone in più della camicia.
Quando mi sono seduto accanto a te ti ho accarezzato i capelli, e mi hai sorriso, amaramente.
“Se n’è andato, davvero, questa volta. Non tornerà più a cercarti.”
Un’altra carezza. E.
“Scusami per averti fatto soffrire.”
Un abbraccio morbido, il tuo corpo caldo di sonno tra le mie braccia, i tuoi capelli scuri mi solleticavano il mento.
“Non te ne preoccupare.”
No, non ti preoccupare di me, dolce Shou, perdonerei ogni tuo errore, anche i peggiori, anche quelli che coinvolgono il mio cuore.
“Ti farò soffrire ancora.”
Le tue parole sfioravano il mio collo in piccoli sussurri, mi facevano il solletico, sentivo i brividi lungo la colonna vertebrale e sorridevo, insinuando le dita tra i tuoi capelli morbidi, inspirando il loro profumo.
“Sono qui apposta per soffrire.”
Le sue labbra avevano un sapore forte, di tabacco, un sapore che non conoscevo, ed intuii che quel ragazzo se ne fosse andato da poco, forse dopo esserselo preso per un’ultima volta.
Le sue dita calde cercavano le mie, si intrecciarono, e tornammo nella sua camera da letto, ad affondare nel nostro mondo, tra quelle lenzuola profumate di muschio bianco.
Mordevo delicatamente le sue labbra, sentivo il suo corpo muoversi e fremere a contatto con il mio, quel sapore che non conoscevo mi infastidiva.
Insinuai la lingua e lo ricercai, lo ricercai in ogni angolo della sua bocca, volevo farmi del male sino in fondo.
Lo baciai con amore, lo baciai con passione, lo baciai con disperazione.
Lo baciai sino a che sulle sue labbra non sentii più quel sapore, lo baciai sino a che non le sentii pregne di me, me e solo me.
Ed allora seppi che lui era di nuovo mio, ancora una volta, era mio per poco e per sempre, ma lo era. Mio.
È stato ancora più dolce, le nostre mani già si conoscevano meglio di noi quella volta, e si cercarono nell’intreccio della nostra pelle calda di desiderio inespresso.
Ci sorridevamo cercandoci tra quelle lenzuola, i nostri baci erano ancora più irruenti, l’inutile stoffa si fece in fretta da parte abbandonandoci a quell’effimera consolazione che entrambi cercavamo nel nostro rapporto.
Il sapore della sua pelle era ancora più buono, chiusi gli occhi appoggiando la fronte sul suo addome nudo, le sue dita tra i miei capelli, a godermi l’ennesima volta la sensazione di poter credere di averlo per sempre.
Poco dopo lo possedevo per la seconda volta, una sensazione appagante e travolgente, lui rideva e mi mordeva le labbra, e mi sussurrava dolcemente nell’orecchio “sei perfetto”.
Sono perfetto, per te, mio dolce Shou.
Io dentro di lui stridevo, la mia pelle contro la sua provocava nella mia mente solo stridii di note, incredibilmente armoniche, e non capivo il motivo di quell’affascinante ossimoro.
Come può qualcosa di così terribilmente sbagliato risultare così perfetto?
L’amore è un sentimento tutto sbagliato, tutto, fin dall’inizio.
Si finisce per annullare sé stessi in favore di una persona, si finisce per piangere e urlare, ridere senza vero motivo, ricercare una notte di sesso anche se si sa che l’indomani ricominceranno le bugie, soprattutto quelle dette a sé stessi.
Eppure nessuno riuscirebbe mai a vivere senza l’amore, non è vero?
Che cosa patetica.
Mi riversai dentro di te e poco dopo leccai via il tuo seme, chiudendo nel mio cuore il sapore del nostro amore, condividendolo con le tue dolci labbra, con la speranza di farti sentire quanta importanza avesse per me.
Accarezzavo dolcemente il tuo viso, tenendo il tuo corpo umido delle mie carezze passionali tra le mie braccia, guardandoti mentre ti lasciavi cadere nell’incoscienza del sonno.
“Cosa ti mantiene insieme a me, Hiro?”
L’amore, Shou.
L’amore immotivato e sbagliato, l’amore totale, l’amore che per sopravvivere ha bisogno delle piccole attenzioni e anche dei piccoli dolori che continuerai a provocarmi.
“Il fatto che tu sia tornato da me, subito.”
Il dolore che mi avevi provocato non era come un temporale, Shou.
Era solo una lieve pioggia dalla quale non potevo sfuggire, che mi risvegliava dal mio torpore di sogni, e cadeva incessante sul mio volto, impedendomi di guardare alla realtà con chiarezza.
“Ti farò soffrire ancora.”
I suoi capelli erano morbidi e avevano lo stesso profumo di quelle lenzuola, lo stesso profumo del nostro mondo fatto di muschio bianco.
Sapevo che mi avrebbe fatto soffrire ancora, ancora e ancora, e ricercai le sue labbra, baciandole.
“Ma dopo tornerai ancora da me. E poi un altro ti porterà via. Ma tu tornerai di nuovo. E un altro ancora ti porterà via… Ma un giorno non avrai più voglia di soffrire, e allora non te ne andrai più dalle mie braccia.”
La nostra era ancora un’amicizia al limite, dopotutto, avevamo semplicemente spostato di poco quel limite.
E forse avrei ricominciato a mentire a me stesso, ripetendomi che no, non ero più innamorato di lui.
Ricominciai a baciarlo, ad accarezzarlo, a far scorrere il suo corpo liscio sotto le mie labbra, lasciandomi cullare e stordire dai suoi timidi gemiti.
No, non ero più innamorato di lui, vero?
[ Da quando ho smesso di provare qualsiasi cosa?
And cry, with love.
Volevo solo dirti, che anche le canzoni tristi non sono mai inutili.
Anche se continueremo a dormire, e dormire…
Il giorno non arriverà.
Quindi, con questa mano, ora, gira la chiave.]
- White Prayer – alice nine. -